Vuoti Pulsanti

La Tomba Brion di Carlo Scarpa nelle fotografie di Luca Mantovani

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Care Amiche e Cari Amici di Alla fine dei conti

 

con piacere pubblico una serie di fotografie realizzate dal Fotografo Luca Mantovani che offrano una nuova interpretazione fotografica dell’opera di Carlo Scarpa. Le immagini sono introdotte dal Testo Critico dell'Architetto Alberto Ferlenga che narra della

 

"piccola  magia  di  fornirci  una  visione  nuova." 

 

E di come

 

"Il suo percorso  di  avvicinamento  al  senso  profondo  del  luogo  privilegia,  come  interpreti,  le  figure  di contorno;"

 

Qualche cenno sulla formazione di Luca Mantovani

Luca Mantovani dopo la formazione allo Iuav di Venezia ha svolto esperienze di collaborazione con gli architetti Paolo Zermani, Francesco Di Gregorio e Alessandro Gattara. Nell’ambito della cultura visuale ha preso parte ai corsi Teoria, storia e tecnica della fotografia di Giovanni Chiaramonte allo Iulm e alla Naba di Milano. Attualmente collabora con Luca Capuano, Gloria Bianchino, Arturo Carlo Quintavalle e Lucia Miodini.

 

"È mutando la prospettiva che giungiamo alla visione dell’altro"

 

L’esperienza dei luoghi ci invita a rivedere gli assi del nostro orientamento visivo nel mondo. È mutando la prospettiva che giungiamo alla visione dell’altro: “[…] Maria di Màgdala si recò al sepolcro […] si voltò indietro e vide ” (Gv 20,1.14).

Cambiando la prospettiva, da centrale ad accidentale, abbandoniamo l’incanto degli assi che si perdono nel vuoto dell’orizzonte, e tagliando obliquamente con lo sguardo periferico, notiamo tutto un susseguirsi di situazioni che ad altezze differenti graduano le molte possibili tessiture del visibile. Passando dall’asse visivo longitudinale che appiana liricamente le differenze a quello trasversale e tattile capace di enfatizzare anche i minimi scarti, ci accorgiamo come accanto alle tracce di un ordine apparentemente immutabile si muovano continuamente quelle linee di forza capaci di generare il cambiamento. La volontà sta, dunque, nel cogliere nelle varie posture dello sguardo, un dinamismo della visione quale transito dalla dimensione lineare della terra a quella deformante del cielo, perché le cose possano apparire sotto una luce differente. Nella contrapposizione tra terra e cielo, storia e sogno, immanente e trascendente, è posto il cuore della vicenda umana sin dalla sua creazione. Tocca allo sguardo dell’uomo in bilico tra spirito e biologia, la ricerca di una possibile riconciliazione fra le due sfere del reale. All’ingegno umano sarà così costantemente rivolto, dalla coscienza desiderante, il pressante invito nell’architettare tecniche e artifici per accorciarne le distanze”.

Nello Spazio del Cimitero il Silenzio è il "buono fondamento" di un appuntamento che a ogni visita nel camposanto si rinnovi non solo con il suo carico di tristezza, di nostalgia, ma soprattutto attraverso uno sguardo di fiducia verso il futuro. In quei luoghi, dove sembra che i defunti comunichino messaggi di vita ad una società sempre più impaurita e in difficoltà, gli uomini parlano e camminano accanto alle tombe dove si è conclusa un'esistenza terrena ma dove tuttavia il significato profondo di un legame non si dissolve poiché ognuno di quei legami è oltre il tempo.

Un caro saluto

Elena Alfonsi.

 

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La Tomba Brion di Carlo Scarpa nelle fotografie di Luca Mantovani

Alberto Ferlenga

La prima immagine di questa nuova interpretazione fotografica dell’opera di Carlo Scarpa mostra l’ingresso di un qualunque cimitero di campagna. Alle sue spalle, pochi indizi, che solo degli esperti conoscitori  del  luogo  potrebbero  decifrare,  denunciano  la  presenza  di  una  delle  più  note  architetture contemporanee. Gli scatti successivi si avvicinano lentamente al soggetto principale e completano il primo sguardo: lapidi, tombe di famiglia, ritagli di prato e la confusione di un tipico cimitero italiano che, poco oltre, l’autore si lascia indietro per concentrarsi sul piccolo mausoleo Brion,  dove  tutto,  nella  concitazione  delle  forme,  diventa  ordine  e  simbolo.  Poche  opere  d’architettura sono più difficili da ritrarre per un fotografo e non perché non offrano spunti -­‐ la tomba ne è una sorta di miniera -­‐ ma perché troppi sguardi si sono posati su di lei: da quelli degli architetti che la visitano quotidianamente e ne portano con sé le immagini a quelli professionali, riversati in centinaia di pubblicazioni che hanno reso ogni suo particolare riconoscibile al minimo accenno.  Eppure,  Luca  Mantovani  ha  fatto  la  piccola  magia  di  fornirci  una  visione  nuova.  Il  suo  percorso  di  avvicinamento  al  senso  profondo  del  luogo  privilegia,  come  interpreti,  le  figure  di contorno; sono i muri, infatti, i protagonisti principali del suo personale racconto. Muri che non separano mai del tutto un dentro da un fuori, e che fanno da appoggio ai sottili profili di campanili case circostanti. Muri tagliati dal gesto dell’architetto e verso cui si dirigono, o a cui si accostano, gli  elementi  principali  della  rappresentazione  che  si  dipana  incessantemente  all’interno  del recinto.  Attratti  e  misurati  dall’orizzontalità  dei  muri,  anche  i  dettagli  che  più  ci  sembrava  di conoscere assumono un significato inedito che ci spinge a riconsiderarli; lo sguardo del fotografo li ha  separati  delicatamente  dagli  insiemi  cui  appartengono,  li  ha  sezionati  e  accostati  ad  altri frammenti e grazie a queste attente operazioni di leggera vivisezione e di cauta traslazione a noi sembra di vederli per la prima volta.

Mantovani  con  le  sue  fotografie  cerca  un’altra  vita  dei  materiali  plasmati  dalla  mano  di  Scarpa, rispetto  a  quella  che  i  bellissimi  disegni  o  la  realtà  immediata  ci  hanno  restituito.  Quello  che  ci mostra la sequenza di immagini prese dentro questo piccolo universo, è una famiglia di dettagli che  sembra  altro  da  quella  dei  più  conosciuti.  Le  pareti  sospese,  le  tracce  a  terra,  le  aperture cercano il loro completamento non tanto in altre parti analoghe a sé, bensì nell’erba cresciuta, nei rampicanti che li coprono o negli alberi che trapelano dietro le architetture di cemento. La breve distanza  di  una  cesura,  di  una  separazione,  di  una  frattura,  ci  parla,  ad  ogni  scatto,  di  una aspirazione al contatto negata e di una ricomposizione impossibile, che legano metaforicamente l’architettura  e  la  morte.  Il  centro  delle  fotografie  ci  dice  anche  che  la  vera  essenza  di  questa architettura  complessa  sta  nei  vuoti  che  essa  genera,  e  in  come,  dentro  la  fluida  presenza  di questi, si determini una gerarchia immateriale in cui, di volta in volta, le tensioni tra gli elementi architettonici  inventati  da  Scarpa  e  ciò  che  pre-­‐esisteva,  comprimono  l’aria  secondo  intensità sempre  diverse.  Mantovani  inquadra,  dunque,  più  lo  spazio  tra  le  cose  che  non  le  cose  stesse scegliendo sistematicamente di non rappresentare nella loro interezza le diverse architetture che popolano  il  luogo.  Uno  spazio  che,  come  gli  elementi  che  lo  bordano,  spesso  sfugge  ad  una riconoscibilità immediata, che ci parla di una vita successiva dell’opera, fuori dal diretto controllo del suo autore. Quella infatti che si rivela, quando l’ombra diventa protagonista tra un albero, un muro e un’arca di cemento o quando un labirinto inquieto di muri bassi si confronta con l’ordine convenzionale dei cipressi, è una versione diversa di un luogo che pensavamo di conoscere troppo bene  per  ricavarne  ancora  sorprese.  Le  relazioni  che  Mantovani  coglie  negli  interstizi  dell’opera più  famosa  di  Carlo  Scarpa  sono  il  frutto  di  una  ricerca  accurata  del  giusto  punto  di  vista, dell’inquadratura che esclude ciò che si può escludere, perché non aggiungerebbe nulla alla nostra comprensione, e include quello che nemmeno una visita attenta ci permetterebbe di cogliere tale è  il  peso  attrattivo  delle  forme  più  famose.  Ma  ci  sono  altre  scoperte  tra  gli  scatti  che  progressivamente  spostano  l’attenzione  dall’interno  verso  i  bordi  del  recinto.  Una  serie  di immagini riporta l’opera ad una essenzialità geometrica che, pur presente, è difficile cogliere nella complessità del linguaggio scarpiano. Un’altra, è dedicata ai tagli e agli stacchi dove, tra la fissità delle architetture trapela il mutare delle stagioni che cambiano, i colori, il conquistare spazio della vegetazione spontanea. Altri scatti sembrano voler accelerare il corso del tempo e una possibile decadenza mostrandoci uno stato di rovina che pure l’architettura di Scarpa contiene in nuce. Come ci si è avvicinati all’opera, progressivamente la si abbandona, nel lasciarla si lancia un ultimo sguardo al muro grigio della tomba, dalla parte dei campi, per una verifica finale. L’oggetto, questa volta, è quell’ulteriore relazione che si può cogliere tra le sue geometrie e quelle della campagna. Quell’entrare  in  risonanza  tra  di  esse  che  genera  una  sorta  di  alone  anche  all’esterno  del  complesso  funerario.  Le  ultime  due  fotografie  mostrano  una  vite  e  un  gelso  in  primo  piano;  la recinzione è ormai lontana ma sembra contenerli in uno spazio più ampio, piuttosto che escluderli; uno spazio in cui muri, arcosoli, fontane si trasformano in filari, chiome arboree, fossi e la natura addomesticata dall’uomo mostra anche la matrice originaria di ogni architettura.

 

Luca Mantovani, Tomba Brion di Carlo Scarpa, San Vito, Altivole, Treviso, Italia

 

Luca Mantovani, Tomba Brion di Carlo Scarpa, San Vito, Altivole, Treviso, Italia

 

Luca Mantovani, Tomba Brion di Carlo Scarpa, San Vito, Altivole, Treviso, Italia

 

Luca Mantovani, Tomba Brion di Carlo Scarpa, San Vito, Altivole, Treviso, Italia

 

Luca Mantovani, Tomba Brion di Carlo Scarpa, San Vito, Altivole, Treviso, Italia