Martiiry Corona. Riflessioni sull’Opera di Agostino Arrivabene immagine della V Edizione di Alla fine dei conti

Agostino Arrivabene, Martiiry Corona, 2016, olio su tela, Al. 80 x La. 90 cm. Proprietà dell’Artista.

Rivolta d’Adda, Italia, 1967

Carissimi Amici di Alla fine dei conti,

è mio desiderio dedicare alcune riflessioni ispirate dall’Opera intitolata Martiiry Corona dipinta nel 2016 dall’artista contemporaneo italiano, di fama internazionale, Agostino Arrivabene.

 Fotografia di max&douglas, Agostino Arrivabene nel suo studio, Giugno 2021. Per gentile concessione del Maestro Agostino Arrivabene

  https://www.max-douglas.com –  https://www.instagram.com/maxanddouglas/

Tommaso Hemerkem

L’occasione di porre attenzione all’Opera Martiiry Corona mi permetterà di includere una serie di altre opere pittoriche appartenenti ad autori del passato che hanno rappresentato il corpo di Cristo coronato di spine allo scopo di creare immagini devozionali ispirate dagli scritti del monaco cristiano e mistico tedesco Tommaso Hemerkem chiamato Tommaso da Kempis dal nome della città in cui era nato: la città di Kempen. (Kempen, Germania, 1380 circa – Zwolle, Paesi Bassi, 25 Luglio 1471).

Tommaso Hemerkem (Piccolo Martello) detto da Kempis.

Kempen, Germania, 1380 circa – Zwolle, Paesi Bassi, 25 Luglio 1471

Tommaso Hemerkem fu un  noto soprattutto per essere considerato l’autore, o tra gli autori, del De imitatione Christi (Imitazione di Cristo). Un trattato religioso scritto in Latino nel XV Secolo che ha per oggetto la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù (Christomimesis). Un testo con cui si raccomandava ai fedeli di pregare o meditare di fronte a immagini con cui poter condividere emotivamente quelle che erano state le sofferenze patite da Gesù Cristo e da sua madre Maria.

Hyacinthe Rigaud, Jacques Bénigne Bossuet, 1698, olio su tela, Al. 72 x La. 59 cm. Gallerie degli Uffizi, Firenze, Italia

Hyacinthe Rigaud, nato Híacint Francesc Honrat Mathias Pere Martyr Andreu Joan Rigau-Ros y Serra 

(Perpignano, Francia, 20 Luglio 1659 – Parigi, Francia, 27 Dicembre 1743)

Jacques Bénigne Bossuet 

Il noto scrittore, vescovo cattolico e teologo Jacques Bénigne Bossuet (Digione, Francia, 27 Settembre 1627 – Parigi, Francia, 12 Aprile 1704) definì Imitazione di Cristo il “Quinto Evangelo” tanta era l’importanza che gli accordava rispetto a molti altri testi di letteratura cristiana. Jacques Bénigne Bossuet dal 1670 scrisse e recitò le sue famosissime Orazioni funebri, nelle quali fece risuonare con eleganza la nullità delle conquiste umane. In quei soli sei capolavori, di un’eloquenza senza precedenti, J. B. Bossuet creò un personale linguaggio che rispondesse alla necessità di esprimere il proprio pensiero e i propri sentimenti. Il suo modo di esprimersi fu assolutamente personale e fondamentale al suo intento.

È una strana debolezza della mente umana che la morte non le sia mai presente, sebbene sia visibile da ogni parte e in mille forme diverse. Nel funerale si sentono solo parole di stupore che questo mortale sia morto. Ciascuno ricorda nella sua memoria da che ora gli parlò e di ciò che il defunto gli conservava; e all’improvviso morì. Questo, dicono, è ciò che è l’uomo! E chi lo dice è un uomo; e quest’uomo non applica nulla, dimentico del suo destino! O se gli passa nella mente un desiderio volubile di prepararsi, presto dissipa queste idee oscure; e posso dire, signori, che i mortali non hanno meno cura di seppellire i pensieri della morte che di seppellire i morti stessi.

Jacques Bénigne Bossuet – Brano tratto dal Sermone sulla mortehttps://fr.wikisource.org/wiki/Sermon_sur_la_mort

Perché Martiiry Corona?

Nel momento in cui mi sono chiesta quale opera ritenessi potesse ben rappresentare la Quinta Edizione 2021 della Rassegna intitolata Alla fine dei conti a Mantova alla Casa del Mantegna, sospesa dopo il quarto appuntamento nel 2020 e ripresa quest’anno in esclusiva modalità on-line, ho pensato che in questo triste periodo della storia dell’uomo caratterizzato da un’improvvisa frattura con il tempo che l’ha preceduto, non ci fosse simbolo più adeguato di una Corona di connessione, senza ambiguità, alla sofferenza causata dalla rovinosa pandemia che ha flagellato la Terra; visione di un’immagine che trascenda la nostra esperienza ma a questa esperienza attribuisca un senso.

Agostino Arrivabene, Martiiry Corona, 2016, olio su tela, Al. 80 x La. 90 cm. Proprietà dell’Artista

Rivolta d’Adda, Italia, 1967

Il Sacro come intima essenza di ogni religione

Un chiaro attingere al – sacro – come intima essenza di ogni religione che si presenta, come scrisse lo storico e teologo delle religioni Rudolf Otto (Peine, Germania, 25 settembre 1869 – Marburg, Germania 6 Marzo 1937), numinoso (dal ted. numinos, der. del lat. numen –mĭnis «nume») poiché radicalmente e totalmente diverso da ciò che è umano o cosmico. Un termine coniato e  introdotto dallo stesso Rudolf Otto nella filosofia e nella storia delle religioni per indicare l’esperienza specifica, extra-razionale, di una presenza invisibile, maestosa, potente, che ispira terrore e attira al contempo costituendo l’elemento essenziale del «sacro» e la fonte di ogni atteggiamento religioso dell’umanità.

Agostino Arrivabene, Martiiry Corona (particolare), 2016, olio su tela, Al. 80 x La. 90 cm. Proprietà dell’Artista

Rivolta d’Adda, Italia, 1967

Il – sacro -, per Rudolf Otto si manifesta come mysterium tremendum et fascinans. Un mysterium che significa:

«assunto nel suo valore universale e sbiadito significa solamente segreto, nel senso di straniero a noi, di incompreso, di inesplicato, e in quanto mysterium costituisce quel che è da noi considerato una pura nozione analogica, ricavata dall’ambito del naturale, senza che effettivamente attinga la realtà. In se stesso però, il misterioso religioso, l’autentico mirum, è, se vogliamo coglierlo nell’essenza più tipica, il Totalmente altro, il tháteron, l’anyad, l’alienum, l’aliud valde, l’estraneo, e ciò che riempie di stupore, quello che è al di là della sfera usuale, del comprensibile, del familiare, e per questo “nascosto”, assolutamente fuori dall’ordinario, e colmante quindi lo spirito di sbigottito stupore.»

Rudolf Otto, Il Sacro. L’irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale, Milano, SE 2009

Con l’espressione – Il totalmente altro – Rudolf Otto afferma che – il sacro – è – altro – e accentua  l’aspetto del timore e tremore umano di fronte all’alterità del divino. (Cf. Manuel Enrique Barrios PrietoAntropología teológica, Roma, Pontificia Università Gregoriana, pp. 187-8, 1998) 

Agostino Arrivabene, Sacro Sangue, 2016, olio su tavola antica, Al. 81 x La. 66 cm. Collezione privata

Rivolta d’Adda, Italia, 1967

Corona di Martìrio, Corona dei Màrtiri

Martiiry Corona è tra le opere che ancora appartengono ad Agostino Arrivabene, eseguita nel 2016 in occasione di ANASTASIS, la ricca personale allestita alla Casa del Mantegna a Mantova proprio in quell’anno. Ricordo con chiarezza che quando la vidi per la prima volta mi si palesò immediatamente non solo una precisa immagine di morte, ma anche la sensazione di percepirne la temperatura e l’odore. L’interpretazione perfettamente rifinita, nello stile di un’artista di pittura meditativa colta, di uno dei simboli della passione di Cristo: la corona del martìrio e corona dei màrtiri. Sola Corona poiché sineddoche in pittura: la parte per il tutto.

Giovanni Bellini, Pietà, 1455 – 1460 circa, tempera su tavola, Al. 48 x La. 38 cm. Museo Poldi Pezzoli, Milano, Italia

Giovanni Bellini detto il Giambellino e Zuane Belin in lingua veneta (Venezia, Italia, 1427 o 1430 circa – Venezia, Italia 26 Novembre 1516) 

Il Maestro attraverso l’immagine dipinta diviene medium tra chi osserva e il – sacro – a cui è necessario sia consentito di apparire e consistere come ciò che attribuisce un senso alla nostra esperienza, se ne possa parlare e riconoscerne l’evidenza con lo sguardo.

Giovanni Bellini, Cristo coronato di spine, data sconosciuta, olio su tavola, Al. 103,0 x La. 64 cm.

Nationalmuseum (o Museo nazionale di belle arti), Blasieholmen, Stoccolma, Svezia.

Giovanni Bellini detto il Giambellino e Zuane Belin in lingua veneta (Venezia, Italia, 1427 o 1430 circa – Venezia, Italia 26 Novembre 1516) 

Il Segno per ricomporre l’immagine del – Sacro –

Nel III Secolo, sotto l’influenza della persecuzione dei cristiani nell’Impero Romano la Corona, sequela di Cristo, si trasformò in una vittoria molto concreta: il superamento dei persecutori dei cristiani. Coloro che erano rimasti saldi nella loro fede fino alla fine e non avevano rinunciato nemmeno di fronte alla tortura e alla morte, avevano conquistato il mondo e, la Corona del martire o Corona martirii, li chiamava.

Antonello da Messina, Cristo alla colonna, 1476 – 1478 circa, olio su tavola, Al. 30 x  La. 21 cm. Museo del Louvre, Parigi

Antonio di Giovanni de Antonio detto Antonello Da Messina (Messina, Italia, fra 1425 e 1430 – Messina, Italia, Febbraio 1479

S. Cipriano di Cartagine, Lettera ai martiri e confessori

Lei [la chiesa] si è vestita di bianco per le opere dei fratelli, ora la sua veste è porpora del sangue dei martiri: non manca né il giglio né la rosa tra i suoi fiori. Ora lasciate che ciascuno si contenda il prezzo più alto. Ghirlande bianche come prezzo del lavoro e ghirlande viola come prezzo della sofferenza. Nel campo celeste, pace e controversia hanno entrambi i loro fiori, dai quali i soldati di Cristo sono fatti per avvolgere ghirlande.

Tascio Cecilio Cipriano, Cartagine, 210 – Sesti, 14 settembre 258

Hans Memling, L’Uomo del dolore, 1480 circa, olio su tavola di quercia, Al. 53,4 x La. 39,1 cm.

Palazzo Bianco, detto anche Palazzo di Luca Grimaldi, o Palazzo Brignole Sale, Genova, Italia

Hans Memling, Seligenstadt, Germania, 1436 circa – Bruges, 11 Agosto 1494

Dal Sermone sulla morte di Jacques Bénigne Bossuet:

Tra tutte le passioni della mente umana, una delle più violente è il desiderio di conoscere; e questa curiosità gli fa esaurire le sue forze per trovare o qualche segreto inaudito nell’ordine della natura, o qualche indirizzo sconosciuto nelle opere d’arte […]

Andrea Solari, Ecce Homo, 1505 – 1506 circa, Al. 43 x La. 33 cm. Museo Poldi Pezzoli, Milano Italia

Andrea Solari o Solario, Milano, Italia, 1470 circa – Milano, Italia 1524 

Ma, tra questi vasti desideri di arricchire la nostra comprensione con nuove conoscenze, accade a noi lo stesso di coloro che, allontanando lo sguardo, non si accorgono degli oggetti che li circondano: voglio dire che la nostra mente, s’ estende di grande sforzi su cose molto lontane, e attraversando, per così dire, cielo e terra, ma passa così lievemente su ciò che gli si presenta più vicino, che consumiamo tutta la nostra vita, sempre ignari di ciò che ci tocca;

Jacques Bénigne Bossuet – Sermone sulla mortehttps://fr.wikisource.org/wiki/Sermon_sur_la_mort

Tiziano Vecellio, Ecce Homo, 1547, olio su ardesia, Al. 69 x La. 56 cm. Museo del Prado, Madrid, Spagna

Tiziano Vecellio, Pieve di Cadore, Belluno, Italia, 1488/1490 – Venezia, Italia, 27 Agosto 1576)

La transitorietà tra la Vita e la Morte

Martiiry Corona occupa uno spazio in cui la luce sembra persino riluttante ad assumere il ruolo che le compete. Composta da umidi capillari sanguiferi posa in bilico di fronte a chi osserva su una spessa lastra marmorea dipinta a tutta lunghezza. Un’architettura dal personale grafismo a punta di pennello si compone in una fitta rete di sottilissimi vasi intricati. Con leggerezza travalica lo stato di incertezza e precarietà dell’uomo, citando una canestra del passato che riferiva della transitorietà tra la vita e la morte. Quell’ariosa consistenza plastica posta al centro della pietra dirama verso l’alto e verso il basso, mentre il calore che via via l’abbandona esala visibilmente nell’aria e assurge a guisa di una selva di vampe alte e affusolate. 

Maarten van Heemskerck, L’incoronazione di spine, 1550, Frans Hals Museum Haarlem, Paesi Bassi

Maarten van Heemskerck (Marten Jacobszoon Heemskerk van Veen 

Heemskerk, Paesi Bassi, 1498 – Haarlem, Paesi Bassi, 1º Ottobre 1574 

La luminosità che amplifica il dramma

Agostino Arrivabene dipinge una Corona di fusione tra i due mondi in uno schema derivato in pittura dai fiamminghi, visto in Bellini, in Mantegna, che contrappone al gelido piano la danza di sangue arborescente, non ancora coagulato, percorso dalla luce. Vibranti di quel Rosso che trasporta alla realtà della morte, gli elementi organici appaiono fisicamente tangibili inondati dalla delicata luminosità che non assorbe il dramma ma, al contrario, lo amplifica e lo mette a nudo fondendolo al freddo e all’angoscia stimolata dalla rigida pietra. Uno studio sapiente del disegno dall’antico, della sua profonda comprensione e la straordinaria capacità non solo di saper vedere il vero ma di essere in grado di trasformarlo in un’opera universale, mai così attuale e capace di parlare nel tempo.

Tiziano Vecellio, Ecce Homo, 1558 – 1560, olio su tela, National Gallery of Ireland

Tiziano Vecellio, Pieve di Cadore, Belluno, Italia, 1488/1490 – Venezia, Italia, 27 Agosto 1576)

L’unione geniale di pittura e intelletto

Un dipinto geniale e di forte intensità dove la severità della rappresentazione ci pone di fronte a uno sviluppo in verticale e ad un crescendo di linee parallele in una prospettiva bloccata, tagliata ai lati per attribuirle un valore psicologico: ciò che è dettato dal rigore scientifico presuppone una lettura attenta. La pietra dipinta a marezza fornisce indicazioni precise sulla sua consistenza e permette di comprendere le qualità pittoriche di resa a dimostrazione di come le opere in possesso della forza di coinvolgere, debbano necessariamente vedere unite nell’artista pittura e intelletto.

Guido Reni, Cristo incoronato di spine, 1630, olio su tela, Al. 62 x La. 48 cm., Detroit Institute of Arts (DIA), Stati Uniti.

 Guido Reni, Bologna, Italia, 4 Novembre 1575 – Bologna, Italia, 18 Agosto 1642

Un ricordo indelebile

Martiiry Corona rimarrà impressa in modo indelebile nella memoria per il rigore composto della tecnica, la precisione prospettica, la rappresentazione della realtà fatta di minuti particolari, l’invenzione nell’accostare gli elementi. Una serie di passaggi bilanciati e graduali impongono allo sguardo di procedere lungo la verticale e scivolare sulla materia diversa. Il segmento temporale del racconto, dal martirio alla gloria raggiunta con il sacrificio della vita, è preghiera di dolore. Ed è così che l’esaltazione della sofferenza, di quel sangue versato, è passione che rivive nella perdita di vigore materico in un progressivo levarsi al cielo. Una supplica ricreata sul ribaltamento della consistenza, da solida a vapore che come fiamma trionfante ci esorta a non perdere la speranza.

Guido Reni, Cristo incoronato di spine, s. d., olio su legno di pioppo, Al. 49 x La. 37 cm., Museo Gemäldegalerie Alte Meister, Dresda, Germania

 Guido Reni, Bologna, Italia, 4 Novembre 1575 – Bologna, Italia, 18 Agosto 1642

Il ruolo pedagogico-emozionale

Pur in assenza del corpo umano l’Opera assume  il ruolo pedagogico-emozionale suscitando in chi osserva compassione. Il meccanismo di identificazione che si innesca tra il dipinto e colui che guarda, proprio in questo specifico tempo di grande sofferenza del mondo, si attiva dalla dichiarata equivalenza di passione come movimento dell’animo e il movimento creato dalla pittura.

Francesco Hayez, Ecce Homo, 1867 – 1875, olio su tela, Al. 210 x La. 128cm., Accademia di Belle Arti Tadini, Lovere, Bergamo, Italia

Francesco Hayez,  Venezia, Italia, 10 Febbraio 1791 – Milano, Italia, 21 Dicembre 1882

Una sfida alla natura della rappresentazione

Pare evidente che questo modello possa essere inserito nelle sfide alla natura della rappresentazione bidimensionale statica, dove lo spazio coerente ed esatto, è un principio ottico e geometrico. D’altro canto non potremo esimerci dal considerare in questo luogo di dolore la possibilità di includere anche ciò che non è mai omogeneo alla natura del piano dell’espressione della pittura, ossia la linearità della dimensione temporale del movimento, cioè dell’azione: quella forma ancora calda che esala come corpo che perde vigore.

Carl Heinrich Bloch, Cristo deriso, prima del 1890, olio su tela.

Carl Heinrich Bloch, Copenaghen, Danimarca, 23 Maggio 1834 – Copenaghen, Danimarca, 22 Febbraio 1890

 Una rivelazione privata

Riporto un tratto del commento teologico di Papa Benedetto XVI nato Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, Germania,  16 Aprile 1927) della Conferenza Stampa di Presentazione del 26 Giugno 2000 del Documento – Il messaggio di Fatima.

L’antropologia teologica distingue in questo ambito tre forme di percezione o “visione”: la visione con i sensi, la percezione interiore e la visione spirituale. È chiaro che nelle visioni di Lourdes, Fatima, ecc. non si tratta della normale percezione esterna dei sensi. Così pure è evidente che non si tratta di una “visione” intellettuale senza immagini, come essa si trova negli alti gradi della mistica. Quindi si tratta della categoria di mezzo, la percezione interiore, che certamente ha per il veggente una forza di presenza, che per lui equivale alla manifestazione esterna sensibile. Vedere interiormente non significa che si tratta di fantasia, o solo di un’espressione dell’immaginazione soggettiva. Piuttosto significa che l’anima viene sfiorata dal tocco di qualcosa di reale anche se sovrasensibile e viene resa capace di vedere il non sensibile, il non visibile ai sensi – una visione con i “sensi interni”. Si tratta di veri “oggetti”, che toccano l’anima, sebbene essi non appartengano al nostro abituale mondo sensibile.

Paul Gustave Louis Christophe Doré, Cristo condannato, 1877, olio su tela, Al. 125 x La. 75 cm. MAMCS, Strasburgo, Francia

Paul Gustave Louis Christophe Doré, Strasburgo, Francia, 6 Gennaio 1832 – Parigi, Francia, 23 gennaio 1883

La “visione interiore” non è dunque fantasia, ma nondimeno comporta delle limitazioni. Già nella visione esteriore è sempre coinvolto anche il fattore soggettivo: non vediamo l’oggetto puro, ma esso giunge a noi attraverso il filtro dei nostri sensi, che devono compiere un processo di traduzione. Ciò è ancora più evidente nella visione interiore, soprattutto allorché si tratta di realtà, che oltrepassano in se stesse il nostro orizzonte. Il soggetto, il veggente, è coinvolto in modo ancora più forte. Egli vede con le sue possibilità concrete, con le modalità a lui accessibili di rappresentazione e di conoscenza. Le immagini sono per così dire una sintesi dell’impulso proveniente dall’alto e delle possibilità per questo disponibili del soggetto che percepisce. […] Per questo motivo il linguaggio immaginifico di queste visioni è un linguaggio simbolico.

Il Cardinal Sodano dice al riguardo: “…non descrivono in senso fotografico i dettagli degli avvenimenti futuri, ma sintetizzano e condensano su un medesimo sfondo fatti che si distendono nel tempo in una successione e in una durata non precisate”. Questo addensamento di tempi e spazi in un’unica immagine è tipica per tali visioni, che per lo più possono essere decifrate solo a posteriori. Non ogni elemento visivo deve al riguardo avere un concreto senso storico. Conta la visione come insieme, e a partire dall’insieme delle immagini devono essere compresi i particolari. Che cosa è il centro di un’immagine, si svela ultimamente a partire da ciò che è il centro della “profezia” cristiana in assoluto: il centro è là dove la visione diviene appello e guida verso la volontà di Dio.

https://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2000/06/26/0407/01462.html

Paul Gustave Louis Christophe Doré, Ecce Homo, s.d., olio su tela, Al. 138,2 x La. 88,3 cm. Glynn Vivian Art Gallery Collection, UK

Paul Gustave Louis Christophe Doré, Strasburgo, Francia, 6 Gennaio 1832 – Parigi, Francia, 23 gennaio 1883

La forza di un’Opera che seduce e nutre

Il brano di Papa Benedetto XVI e le sue parole di “visione come appello e guida verso la volontà di Dio” pone in evidenza che nei secoli anche le opere d’arte dei grandi maestri possano essere state intuizioni di fede con una propria struttura antropologica. Questo poiché la cultura assorbita da ogni Maestro ha potuto insegnare a ognuno a guardare, volgere lo sguardo e osservare. Tra vedere e guardare vi è una differenza sostanziale di orientamento. E’ l’azione attiva di guardare che consente di immaginare anche la divinità incarnata, ma In ogni caso (afferma Umberto Eco) la rappresentazione del sacro in quanto inattingibile sia per essenza che per mancata esperienza di individui che lo hanno incarnato, non può che essere rappresentato in modo antropomorfo o in riferimento a modelli storicamente situati. –

Lungo il cammino del morire di chi amiamo e di noi

Dal 24 Febbraio 2020 siamo stati travolti da immagini di morte. Grava sull’uomo la drammatica esperienza di troppe improvvise sottrazioni. Martiiry Corona possiede un messaggio chiaro quand’anche raggiunga lo sguardo più vano. Coloro che hanno patito l’assurdo, in questo mondo che pare ormai senza senso, sono posti di fronte al corale duro lamento che si leva al riparo dal vento. Il dolore è composto da grida allineate, compatte e spinte al cielo. Forte è l’opera che seduce e nutre il pensiero con l’immagine della storia del tempo lungo il cammino del morire, di chi amiamo e di noi.

Un caro saluto 

Elena Alfonsi

Porgo un profondo e sentito ringraziamento al Maestro Agostino Arrivabene per aver concesso alla V Edizione della Rassegna Alla fine dei conti l’immagine dell’Opera Martiiry Corona.

Per vedere alcune delle opere di Agostino Arrivabene di seguito potrete trovare il Link del sito ufficiale del Maestro e un Link per leggere la sua ultima intervista relativa al ponderoso lavoro che lo vede impegnato alla realizzazione di XXX Tavole che illustreranno una nuova edizione della Divina Commedia di Dante Alighieri. 

http://www.agostinoarrivabene.it/

Tutti noi siamo con Dante mentre percorre i regni