Tortore domestiche e Flora nella Città Ideale. Una sensazionale ricerca del paleontologo Prof. Rodolfo Coccioni

Attribuzione incerta, Città ideale. Particolare. 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Carissimi Amici di Alla fine dei conti

all’interno del Palazzo Ducale di Urbino è custodita dal 1912, data in cui fu istituita la Galleria Nazionale delle Marche, la Città ideale. L’opera eseguita tra il 1480 e il 1490 rappresenta un modello di perfezione assoluta della città rinascimentale arricchita da significati e simboli avvolti da un alone di mistero. 

Attribuzione incerta, Città ideale, 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Lo spazio che si apre agli occhi di chi guarda è una vasta piazza in prospettiva centrale con al centro una grande costruzione circolare che ha le caratteristiche di un edificio pubblico religioso essendo sormontato da una croce. Esso è rialzato da alcuni gradini e adornato da colonne corinzie addossate al muro perimetrale da cui aggettano tre portali con protiri a timpano ad arco. Sopra il cornicione è posto un secondo piano, di dimensioni più piccole, con finestre quadrate e una classicheggiante con timpano triangolare sull’asse centrale su cui poggia la copertura a cono a fasce di due colori che culmina nella lanterna. Attorno  troneggiano in perfetto equilibrio altri edifici ordinati e collocati a intervalli di spazi regolari secondo canoni d’assoluta perfezione, e due pozzi a base ottagonale sono posti simmetricamente in primo piano alle due estremità laterali. Le costruzioni sono mantenute alla stessa altezza e, rispetto alla Rotonda, simmetriche e trasversali alla particolare tipologia di struttura classica di forma circolare. Il tempio a pianta centrale, figura da sempre ritenuta “perfetta”, perché in sé chiusa e conclusa, divenne proprio in quegli anni uno dei campi di ricerca più studiati in Italia centrale. Le strutture che tutto racchiudono all’interno di sé, lasciando un vuoto ideale ed universale al di fuori, ben si prestavano a rappresentare il concetto filosofico di utopia.

Attribuzione incerta, Città ideale, 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Nello spazio urbano le costruzioni si presentano serrate e soltanto nel lontano sfondo si intravede la natura. Nessuna figura umana è presente e risultano visibili, in un silenzio diffuso, le poche piante sui davanzali posate probabilmente per testimoniare si tratti di architetture non disabitate. Di primo acchito, dunque, se lo sguardo non si sofferma l’opera potrebbe apparire solo un insieme di spazi vuoti, ma tra gli studiosi dell’opera vi è chi avanza acuti approfondimenti.

La coppia di tortore domestiche nella Città Ideale. Una ricerca del Prof. Rodolfo Coccioni 

Rodolfo Coccioni, Professore Onorario dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, ha sviluppato una ricerca relativa ai due uccelli posati sul primo cornicione del secondo palazzo alla destra di chi osserva. Alcuni anni fa è stato proprio lui stesso a scoprire, in questo dipinto divenuto icona del Rinascimento, la presenza di una coppia di columbidi.

Attribuzione incerta, Città ideale, 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Il Prof. Coccioni dopo aver svolto un’attenta analisi scientifica afferma si tratti di due tortore domestiche attribuibili alla specie Streptopelia risoria Linnaeus 1758, appartenenti alla famiglia Columbidae, sottofamiglia Columbinae. L’aver collocato in un’opera così particolare e ricca di significati due columbidi ha suscitato degli interrogativi ai quali Coccioni ha potuto fornire plausibili giustificazioni.

Attribuzione incerta, Città ideale. Particolare. 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Attribuzione incerta, Città ideale. Particolare, 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Italia

Il Prof. Coccioni afferma:

La colomba dello Spirito Santo è uno dei simboli più diffusi nell’iconografia cristiana. Nell’antico testamento la colomba compare con una pluralità di sfumature simboliche. Animale dalla natura dolce e mite, è stato un simbolo di innocenza e purezza. L’immagine della colomba con un ramo d’ulivo in bocca è infatti diventata il simbolo della pace. Nei Vangeli la colomba viene vista scendere dal cielo durante il Battesimo di Cristo. Per questo inizialmente l’animale venne associato al battesimo. Nei codici miniati del V e VI secolo cessa di essere univocamente collegata al battesimo e assume il ruolo di simbolo dello Spirito Santo in episodi come l’Annunciazione o le raffigurazioni della Trinità. In seguito la colomba acquisisce un significato ancora più ampio, arrivando a contraddistinguere tutte le azioni divine nell’umanità. Più in generale, i simboli allegorici della colomba, ma anche della tortora, sono amore, pace, purezza, innocenza, ingenuità.

La presenza di columbidi in altre opere del passato

In ogni epoca è possibile trovare opere d’arte in cui siano presenti dei columbidi.

Autore Ignoto, Lunetta della tomba di due coniugi, bassorilievo dell’XI Secolo, Convento di Santa Maria di Castello, Genova, Italia

Il 2 Febbraio è il giorno della Candelora, che la chiesa cattolica celebra con la Festa della Presentazione di Gesù al Tempio. Vengono benedette le candele simbolo di Cristo – Luce per illuminare le genti – così definite per le parole che il vecchio Sacerdote Simeone pronunciò davanti a Gesù bambino portato al Tempio da Giuseppe e Maria come previsto dalla legge ebraica. Secondo la legge di Mosè ogni primogenito maschio veniva offerto al Signore e i genitori lo avrebbero dovuto riscattare con un sacrificio. La madre sarebbe stata considerata impura per quaranta giorni e, dopo tale periodo dalla nascita del bambino, sarebbe avvenuta la sua purificazione. Questo è il motivo per cui, sempre, in questa occasione viene celebrata anche la Purificazione della Vergine Maria. Vangelo di San Luca (2, 25-38).

Giotto di Bondone, Presentazione di Gesù al Tempio, 1303/1305 circa, affresco, Al. 200 x 185 cm. Cappella degli Scrovegni, Padova, Italia

Storie di Gesù del registro centrale superiore della parete destra guardando verso l’altare

Giotto di Bondone, Colle Vespignano, Firenze, Italia, 1267 – Firenze, Italia, 8 Gennaio 1337  

Giotto di Bondone nell’affresco di Padova, dal delicato e armonico equilibrio cromatico, presenta la scena accanto a un ciborio con piccole colonne tortili che rimanda al Tempio di Gerusalemme. Gesù, dalle braccia tese di una giovanissima Maria, è accolto in quelle di Simeone che usa i lembi della veste per evitare di toccarlo con le mani. Evidente è lo scambio di sguardi tra il piccolo e il sacerdote mentre il bambino pare abbandonarsi alla figura di forte intensità espressiva del ministro del culto. Accanto a Giuseppe, portatore dell’offerta delle due tortore, una donna compare come semplice accompagnatrice e alle spalle di Simeone è rappresentata la Profetessa Anna che sostiene il cartiglio srotolato dove è scritta la profezia con cui riconosce il bambino nel Redentore di Gerusalemme. Nel cielo azzurro spiccano le raffinate tonalità dei colori, e un angelo portatore di una verga dorata che termina nel trifoglio, quale simbolo della Trinità, testimonia lo svolgersi di un accadimento soprannaturale.

Giotto di Bondone, Presentazione di Gesù al Tempio, 1310, affresco, transetto destro, Basilica Superiore di Assisi, Italia

Giotto di Bondone, Colle Vespignano, Firenze, Italia, 1267 – Firenze, Italia, 8 Gennaio 1337  

Nell’affresco di Assisi, più tardo rispetto a quello di Padova, Giotto di Bondone rende l’atmosfera della scena festosa con il coinvolgimento di più personaggi. Anche in questo caso colpisce la tenerezza con cui Simeone prende il bambino usando i lembi della sua veste in segno di rispetto, ed anche in questa rappresentazione è Giuseppe che tiene tra le mani le due tortore in offerta. 

Vittore Carpaccio, Presentazione di Gesù al Tempio, 1510, tempera su tavola, Al. 420 x La. 231 cm. Gallerie dell’Accademia, Venezia, Italia

Vittore Carpaccio, 1465 circa – Capodistria, Slovenia, 1525/1526

Nella Pala di Vittore Carpaccio (1465 circa – Capodistria, Slovenia, 1525/1526) l’episodio della Presentazione di Gesù al Tempio, quaranta giorni dopo la sua nascita, pone il Sommo Sacerdote Simeone pendant, simmetrico, della Vergine. In una composizione a schema piramidale l’autore inserisce pochi personaggi all’interno di una cappella absidata e decorata con marmi policromi e mosaici dorati. Molto originale è la decorazione con episodi della Genesi e dell’Apocalisse del piviale di Simeone, mentre il trasporto delle tortore, sempre poste all’interno di un cestino in vimini, in questo caso è affidato alla figura femminile che accompagna la Vergine posta di profilo alla nostra sinistra.

Codice Medievale Liturgico, Codice Valois. Ms. Casanatese 2020. 1526 circa.

Biblioteca Casanatese, Convento Domenicano di Santa Maria sopra Minerva, Roma, Italia

Il passo del Vangelo di San Luca è illustrato anche nella bellissima pagina miniata del Codice Valois. Simeone accoglie Giuseppe e Maria che presentano Gesù per la consacrazione al Padre Eterno, e il sacrificio della purificazione è sempre accompagnato dall’offerta delle tortore. Il sacerdote sembra giungere con gioia all’incontro con la Sacra Famiglia, lieto dell’avverarsi della profezia che gli aveva annunciato non sarebbe morto prima di aver visto il Signore. La scena si svolge in un interno regale con un raffinato baldacchino arricchito da nappe dorate e, sull’altare, la tovaglia rossa che poggia morbida sul pavimento è decorata a volute in oro con il pannus altaris di lino bianco. La Madonna porge il piccolo Gesù con un gesto di offerta al vecchio Simeone raffigurato con una folta e lunga barba bianca, una ricca veste d’oro, simbolo sacro posta sopra una tonaca bianca, e sul capo il caratteristico copricapo dei sacerdoti ebraici. Sulla destra Giuseppe porta il bastone e sostiene con la mano sinistra un cestino con le tortore per l’offerta. Nella scena altri personaggi sono vestiti alla moda dell’epoca di Francesco I delfino di Francia. Il monaco in abito bianco di fronte a chi osserva sostiene aperto l’evangeliario. La profusione dell’oro interessa l’architettura che incornicia la miniatura ma anche i tessuti e i drappeggi delle vesti e degli arredi. 

La Scultura di Luigi Pampaloni

Una bella opera di scultura da menzionare, in cui la protagonista gioca con tre tortore, è stata realizzata dallo scultore italiano Luigi Pampaloni (Firenze, Italia, 7 Ottobre 1791 – Firenze, Italia, 17 Dicembre 1847).

Luigi Pampaloni, Fanciulla con tortore, 1830 circa, marmo, Museo Jacquemart André, Istituto di Francia, Parigi, Francia

Luigi Pampaloni, Firenze, Italia, 7 Ottobre 1791 – Firenze, Italia, 17 Dicembre 1847 

Luigi Pampaloni, Fanciulla con tortore. Particolare, 1830 circa, marmo, Museo Jacquemart André, Istituto di Francia, Parigi, Francia

Luigi Pampaloni, Firenze, Italia, 7 Ottobre 1791 – Firenze, Italia, 17 Dicembre 1847 

Luigi Pampaloni scolpisce nel marmo una fanciulla nuda, dal corpo ben conformato e proporzionato, i cui lineamenti del viso appaiono morbidi e arrotondati e i capelli raccolti trattenuti da un nastro annodato a fiocco al centro della nuca. Una scultura dolcissima profusa di naturalezza che racconta l’innocenza di una bambina sorridente, dall’aria compiaciuta, che gioca in un’atmosfera intima con la sensibile rispondenza al vero sia della figura umana che delle tre tortore.

I columbidi osservati dal Prof. Coccioni nelle opere del Rinascimento 

Nel Rinascimento italiano vi sono altre opere in cui compaiono dei columbidi.

Andrea Mantegna, Trittico degli Uffizi, La circoncisione di Gesù, 1461 circa, tempera su legno, Al. 86 x La. 42,50 cm.

Gallerie degli Uffizi, Firenze, Italia

Andrea Mantegna, Isola di Carturo, Padova, Italia, 1431 – Mantova, Italia, 13 Settembre 1506

In quella che è considerata la scena più raffinata del Trittico degli Uffizi, dipinto da Andrea Mantegna (Isola di Carturo, Padova, Italia, 1431 – Mantova, Italia, 13 Settembre 1506), per la ricchezza di un ambiente ispirato ai modelli stilistici della classicità e profuso di eleganti decorazioni, l’iconografia presenta l’unione di due episodi: La Circoncisione di Gesù e La Presentazione al Tempio. Il gesto del sacerdote si riferisce a un episodio non frequentemente raffigurato nelle rappresentazioni artistiche del tempo che in questo caso è associato alla Presentazione in cui compaiono la profetessa Anna e San Giuseppe che porta in offerta due tortore.

Andrea Mantegna, Impresa ludoviciana della Tortorina, 1465 – 1474, affresco, Al. 79 cm. Prima Lunetta, Camera Picta

Torrione Nord Est, Castello di San Giorgio, Mantova, Italia

Andrea Mantegna, Isola di Carturo, Padova, Italia, 1431 – Mantova, Italia, 13 Settembre 1506

Nella Camera Picta o Camera degli Sposi, collocata nel Torrione Nord – Est del Castello di San Giorgio a Mantova e dipinta da Andrea Mantegna tra il 1465 e il 1474, oltre alla Famiglia Gonzaga composta dal Marchese Ludovico II, la moglie Barbara di Brandeburgo i figli e i familiari, nel raccordo tra le pareti e la volta vi sono le lunette raffiguranti le imprese dei Gonzaga. L’impresa ludoviciana della Tortorina, che appare nella prima lunetta, mostra nel corpo una piccola tortora posata su un ramo secco e ricurvo – tronchone –  attorno a una pozza d’acqua torbida, emblema dell’amore incondizionato e del valore della fedeltà coniugale e, nell’anima, un motto in francese antico che recita

Vrai amour ne se change

Il vero amore non cambia

Infatti, secondo la tradizione, la tortora, fedele nella vita e oltre la morte, dopo la morte della compagna o del compagno si posa solo su rami secchi e si abbevera soltanto nell’acqua torbida per non vedere la propria immagine riflessa che le farebbe inevitabilmente ricordare chi non è più in vita.

Sandro Botticelli, Giuliano de’ Medici, 1478 – 1480, tempera su tavola, Al. 75,5 x La. 52,5 cm. National Gallery of Art di Washington D.C., USA

 Sandro Botticelli, vero nome Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, Firenze, Italia, 1º Marzo 1445 – Firenze, Italia, 17 Maggio 1510

Delle tre versioni di questo ritratto eseguito da Sandro Botticelli (Firenze, Italia, 1º Marzo 1445 – Firenze, Italia, 17 Maggio 1510) quello conservato a Washington è il dipinto di maggiori dimensioni e il più ricco di particolari. Il protagonista Giuliano di Piero de’ Medici (Firenze, Italia, 28 Ottobre 1453 – Firenze, Italia, 26 Aprile 1478) è raffigurato davanti alle ante di legno pieno di cui una è aperta e una chiusa. S. Botticelli colloca un’opportuna cornice sulla quale rappresentare un ramo secco che allude alla Morte e una tortora simbolo di fedeltà, verso Simonetta Vespucci, nata Cattaneo (Genova o Porto Venere, Italia, 28 Gennaio (incerto) 1453 – Piombino, Livorno, Italia, 26 Aprile 1476), la donna di cui era innamorato.

Sandro Botticelli, Simonetta Vespucci, 1480 – 1485, tempera su tavola di Pioppo, Al. 81,3 x La. 54 cm.

Städelsches Kunstinstitut und Städtische Galerie, Francoforte, Germania

 Sandro Botticelli, vero nome Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, Firenze, Italia, 1º Marzo 1445 – Firenze, Italia, 17 Maggio 1510

La bella tortora dall’aspetto altero e dall’occhio attento ed espressivo rivolto direttamente all’osservatore, per il Prof. Coccioni suggerisce inoltre una maggiore introspezione psicologica. In questo caso l’analisi scientifica svolta dal Professore ha stabilito si tratti di tortora comune (Streptopelia turtur Linneus, 1758).

Le ante di legno pieno così poste si riferiscono al passaggio dalla Vita alla Morte per cui, dato che Giuliano di Piero de’ Medici fu ucciso durante la Congiura dei Pazzi del 1478, rendono plausibile una datazione anteriore a quella data. Nell’opera G. di P. de’ Medici è rappresentato di tre quarti con la testa quasi di profilo. La fronte è solcata al centro, ha il naso appuntito, la capigliatura è scura, folta e leggermente riccia, il mento è poco pronunciato, il labbro superiore è sottile e carnoso quello inferiore e le palpebre sono orientate verso il basso. S. Botticelli che fu immediatamente chiamato a dipingere i volti dei congiurati condannati in contumacia come impiccati, opere che sarebbero state appese alle mura di Palazzo Vecchio, dipinse sicuramente in questa occasione anche un ritratto di G. di P. de’ Medici basandosi probabilmente sulla sua maschera funebre.

Lorenzo Lotto, Natività, 1523, olio su tavola, Al. 46 x La. 34, 9 cm. National Gallery of Art, Washington, USA   

Lorenzo Lotto, Venezia, Italia, 1480 – Loreto, Ancona, Italia 1556/1557   

La Natività di Lorenzo Lotto (Venezia, Italia, 1480 – Loreto, Ancona, Italia, 1556/1557), dai toni caldi e accesi e dai significativi contrasti di luce e di ombra, è raccolta in uno spazio protetto dove Maria e Giuseppe sono in adorazione del bambino posato su un piccolo panno candido all’interno di una cesta rettangolare di vimini. Rasserena la scena lo sfondo con un paesaggio campestre e tre angeli cantori che allietano il momento a cui si contrappone la più scura presenza del crocifisso per ricordare il tragico destino di Gesù. L. Lotto fu un’artista scrupoloso nella cura dei particolari: rese significativi i più umili, anche se d’uso quotidiano, come la scala appoggiata alla capanna riferibile all’episodio della Bibbia nel sogno di Giacobbe in cui la scala collegava la terra al cielo. La coppia di tortore in questo caso rappresenta il rapporto tra la Chiesa cristiana e il suo sposo, come testimonianza di fedeltà. 

I vegetali nella Città Ideale. Una ulteriore ricerca del Prof. Coccioni

Oltre alla presenza della coppia di tortore, nella Città Ideale ben più visibili sono i vegetali. Il Prof. Coccioni evidenzia che su alcune specie è stata applicata, in vaso, l’Arte Topiaria, impiegata frequentemente nei giardini costruiti tra il XV e il XVIII Secolo. Tra le piante si possono riconoscere rappresentanti delle magnoliopside, ossia il Bosso (Buxus) o Alloro (Laurus) o Ligustro (Ligustrum), il Fiordaliso (Centaurea cyanus) e l’Edera (Hedera).

Attribuzione incerta, Città ideale, 1480/1490, tempera su tavola, Al. 67,7 x La. 239,4 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Urbino, Italia

Il Bosso è simbolo d’immortalità, ovvero della perpetua reviviscenza della natura poiché sempreverde, e questo giustifica la sua presenza nei cimiteri e il suo utilizzo nelle opere funerarie allo stesso modo del Cipresso e del Tasso, motivo per cui sacro agli dei degl’inferi e alla dea madre Cibele.

Oltre a significare l’immortalità, il Bosso è simbolo di amore, fecondità e morte al tempo stesso (la pianta era stata consacrata anche ad Afrodite), di fermezza, perseveranza, solidità e stoicismo (per la sua durezza e compattezza) e di fede nella salvezza divina: gli antichi Cristiani lo usavano come fosse una palma per commemorare, nella Domenica delle Palme, la Passione e la Resurrezione del Salvatore.

Antonello da Messina, San Girolamo nel suo studio, 1475, olio su tavola di Tiglio, Al. 45,7 x La 46,2 cm. National Gallery, Londra, UK

Antonello da Messina, soprannome di Antonio di Giovanni de Antonio, Messina, Italia 1430 – Messina, Italia, Febbraio 1479

Antonello da Messina, San Girolamo nel suo studio. Particolare, 1475, olio su tavola di Tiglio, Al. 45,7 x La 46,2 cm.

National Gallery, Londra, UK

Antonello da Messina, nato Antonio di Giovanni de Antonio, Messina, Italia, 1430 – Messina, Italia, Febbraio 1479

Nello studio del Padre della Chiesa che tradusse la Bibbia, un’ampia costruzione gotica con a destra un portico rinascimentale e l’uso straordinario della luce, proveniente da più fonti, amalgama perfettamente la composizione unendo le zone della narrazione grazie alla solida prospettiva. L’opera di Antonello da Messina (Messina, Italia, 1430 – Messina, Italia, Febbraio 1479) è ricca di dettagli che rifrangono ognuno la propria luce e tra questi vi è il Bosso, che si riferisce alla fede nella salvezza divina, e il Geranio riferito alla passione di Cristo. Il Fiordaliso simboleggia leggerezza, dolcezza e felicità da ricercare anche nella relazione amorosa. Infine, la presenza dell’Edera nella Città Ideale, è anch’essa simbolo di immortalità, poiché sempreverde, di fedeltà, amore e amicizia per la sua caratteristica di attaccarsi in modo indissolubile. 

Il Prof. Coccioni incalza e oltre ad averci dato l’opportunità di comprendere meglio il significato di Fauna e Flora presenti nell’opera mette in evidenza l’esistenza di una rete nella Città Ideale, un intreccio di simboli pittorici che egli ritiene si possano ben inquadrare nel contesto umano e storico della corte urbinate. Un’analisi basata sulle molte date che possono essere messe in relazione e altre considerazioni che intrecciandosi portino il pensiero a credere nella possibilità che colui che dipinse la Città Ideale avesse voluto fare un esplicito riferimento alla corte di Urbino. Le due tortore avrebbero rappresentato l’amore coniugale e la fedeltà tra il Duca e la Duchessa, mentre le piante ritiene siano simboli di nobiltà, virtù, immortalità, amore, fedeltà, fermezza, morte, perseveranza e fede nella salvezza divina.

Quindi il Prof. Coccioni non ha dubbi affermando che chiunque sia stato l’autore dell’opera conosceva bene l’iconologia e a questo proposito elenca tre opere eseguite da Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Settembre 1416/1417 – Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Ottobre 1492) che ritiene siano direttamente collegate alla misteriosa ed enigmatica Città Ideale.  

Piero della Francesca, Pala di Montefeltro, 1472 circa, tempera e olio su tavola, Al. 251 x La. 173 cm. Pinacoteca di Brera, Milano, Italia

Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente come Piero della Francesca 

Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Settembre 1416/1417 – Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Ottobre 1492

Piero della Francesca, Madonna di Senigallia, 1470/1485 circa, olio su carta riportata su tavola di Noce, Al. 61 x La. 53,5 cm.

Galleria Nazionale delle Marche, Urbino, Italia

Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente come Piero della Francesca 

Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Settembre 1416/1417 – Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Ottobre 1492

Piero della Francesca, Madonna col Bambino e quattro angeli, 1475/1482 circa, tecnica mista su tavola trasferita su tela

Al. 107,8 x La. 78,4 cm. Galleria Nazionale delle Marche, Urbino, Italia

Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente come Piero della Francesca 

Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Settembre 1416/1417 – Borgo Sansepolcro, Arezzo, Italia, 12 Ottobre 1492

Prof. Rodolfo Coccioni, 75a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

Premio Responsabile – Settimana del Pianeta Terra Curatore selezione delle diverse “terre” ogni anno racchiuse nel trofeo Green Drop

Edizione focalizzata sui cambiamenti climatici e i rischi che essi apportano.

 Una collaborazione tra l’Università degli Studi di Urbino, la Settimana del Pianeta Terra e il Green Drop Award

Un sentito ringraziamento al Prof. Rodolfo Coccioni per il tempo che mi ha dedicato illustrandomi con dovizia di particolari queste sue sensazionali ricerche.

Auguro al Professore e a tutti gli studiosi che con lui collaborano buon lavoro per l’Ottava Edizione della Settimana del Pianeta TerraL’Italia alla scoperta delle Geoscienze, il Festival Scientifico nato nel 2012 e diventato il principale appuntamento delle Geoscienze in Italia.

Una società più informata è una società più coinvolta

https://www.settimanaterra.org/geoeventi

Un caro saluto

Elena Alfonsi