Il Segno. Una Prospettiva per l’integrazione del concetto della Morte nella Vita.

Agostino Arrivabene, In-finitum, 2014, olio su legno, Al. 47 x La. 40 cm.

Agostino Arrivabene, Rivolta D’adda, Cremona, Italia , 1967

Carissimi Amici di Alla fine dei conti

Viviamo in un mondo di segni ma abbiamo perduto la realtà da essi significata  

Il Teologo Romano Guardini (Verona, Italia, 17 Febbraio 1885 – Monaco di Baviera, Germania, 1° Ottobre 1968), nel volume intitolato “Lo spirito della liturgia. I santi segni” (Brescia, Moracelliana, 1996), con questa affermazione si riferisce alla simbologia dello spazio sacro – il tempio cristiano – e dello spazio liturgico.

Fotografia di Pietro Mori. Basilica concattedrale di Sant’Andrea a Mantova, Italia. Architetto Leon Battista Alberti.

Iniziata 1472 – Terminata 1732

Leon Battista Alberti, Genova, Italia, 18 Febbraio 1404 – Roma, Italia, 25 Aprile 1472

Il Prof. R. Guardini sostenne che, nel corso dell’evoluzione sia dell’Architettura Sacra (considerata ancor oggi da molti il tema di architettura per eccellenza) che delle modalità con cui si celebrava la liturgia all’interno del luogo consacrato, gli edifici di culto si arricchirono di significati simbolici. Le opere commissionate e create con la funzione di rimandare a un significato profondo, vennero incastonate all’interno delle chiese come “preziosi”. Avrebbero santificato il tempo nello spazio degli straordinari progetti disegnati dagli architetti che, onorando l’opera, in forma creativa, con essa si sono misurati.

Fotografia Pietro Mori, Basilica concattedrale di Sant’Andrea a Mantova, Italia. Architetto Leon Battista Alberti.

Iniziata 1472 – Terminata 1732

Leon Battista Alberti, Genova, Italia, 18 Febbraio 1404 – Roma, Italia, 25 Aprile 1472

All’ascesa, però, corrispose una progressiva discesa alla tendenza di sollecitare la comprensione liturgica e il suo simbolismo con la profusione di segni, forme, colore. Dal momento in cui iniziò la controtendenza, a causa del mutare dell’opinione religiosa, le nuove architetture sacre subirono un continuo e graduale svuotamento dei simboli, spesso privati del loro significato.

Una Verità da rafforzare

Se dal punto di vista religioso la comunità ha sempre voluto rafforzare le verità della fede con le opere di maestri scelti per la loro ricerca, oggi è necessario rendere più forte l’importanza di prendere coscienza della finitudine dell’essere umano utilizzando anche l’espressione artistica.

Salvator Rosa, Vanitas, olio su tavola, 1640 circa, Al. 36,8 x La. 69,8 cm. The National Trust for Scotland Haddo House, Scozia

Salvator Rosa, o Salvatore Rosa, Napoli, Italia, 22 Luglio 1615 – Roma, Italia,  15 Marzo 1673

Dovremmo continuare a condannare la volontà di allontanare l’individuo dal pensiero della Morte, sostenendo quelle funzionali rappresentazioni che stimolino ad approfondire le ricerche di Death Education (DeEd). Il pensiero presente dell’essere mortali, di una condizione assolutamente naturale che accomuna tutti gli esseri viventi della terra, riteniamo induca a una maggiore attenzione verso la vita e il proprio corpo.

La riserva attiva

 

Disperarsi giorno per giorno

è ripetere l’atto meticoloso di un vizio

mentre considerare l’inquietudine

alta qualità biologica

è concedersi una felice riserva attiva.

Oppezzo P., Una lucida disperazione, Novara, Interlinea Edizioni, 2016

La significanza di pensare alla Morte

La parola “conferma” deriva dal verbo latino confirmare composto dal prefisso con e da firmus (saldo). Consideriamo, in questo contesto, il suo significato per porre in evidenza la nota locuzione in lingua latina del Memento mori che assunse il senso del riconoscimento e dell’accettazione di ciò che corrispondeva al vero. Confermare con le opere d’Arte la significanza di pensare alla Morte per consolidare una verità che è necessario sia continuamente rafforzata per essere compresa.

Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, Vanitas, 1620 circa, olio su tela, Al. 38,8 x La. 38,5 cm. Collezione Privata

Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

Cento, Ferrara, Italia, 2 Febbraio 1591 – Bologna, Italia, 22 Dicembre 1666

Vanitas vanitatum et omnia vanitas

Il celebre incipit Vanità delle vanità, tutto è vanità, tratto dalla versione in latino del Qohelet (o Ecclesiaste) un libro sapienziale della Bibbia ebraica e cristiana, ha ispirato il genere artistico delle Vanitas. Questo genere pittorico ebbe il suo massimo sviluppo soprattutto nell’Arte olandese del XVII secolo.

Antonio de Pereda y Salgado, Allegoria della Vanità, 1632/1636, olio su tela, Al. 139,5 x La. 174 cm. Kunsthistorisches Museum, Vienna, Austria

Antonio de Pereda y Salgado, Valladolid, Spagna, 20 Marzo 1611 – Madrid, Spagna, 30 Gennaio 1678

Tra gli elementi caratteristici delle opere, il teschio, la candela spenta e gli strumenti musicali sono simboli di morte; la clessidra e l’orologio rappresentano il trascorrere del tempo; le bolle di sapone o le sfere trasparenti, di solito rappresentate con Amore, un putto o un adolescente, si riferiscono alla fugacità della vita; i fiori spezzati, appassiti o la frutta bacata, ricordano il graduale  avvizzimento della pelle, la perdita della freschezza della giovane età.

Carstian Luyckx, Memento Mori, 1623/1677, olio su tela, Al. 73,5 x La. 92,5 cm. Collezione Privata

Carstian Luyckx, Anversa, Belgio, 1623 – 1675

Nella ricca rappresentazione di Carstian Luyckx, la Morte, a figura intera, è dipinta nell’atto di spegnere la Candela, simbolo della fine della vita, con la mano sinistra, mentre con la destra sostiene un foglio di pergamena sul quale è scritto “Statutum est omnibus hominibus semel mori” . Nel – Compendio Delle Meditazioni del P. Luigi Da Ponte della Compagnia di Gesù. Raccolto da Padre Pietro Ximenez. Stampato in Venezia M.DC. XXIII. Presso Paolo Baglioni a Pagina 42. Parte I. Medit. VII – si legge:

La Morte è irreparabile. PVNTO III. I. Penserò, che una sola volta si muore: Statutum est omnibus hominibus semel mori. Hebr. 9. 2. Onde, se una volta morirò male; sarà senza rimedio per tutta l’eternità. Eccl. 2. 3. Come all’incontro è fuor d’ogni pericolo la morte fatta in grazia di Dio.

Opera di attribuzione incerta. Frans Luycx o Simon Renard de Saint-André, Natura Morta, 1660/1677, olio su tela, Al. 37,1 x La. 46,5 cm. Coll. Priv.

Frans Luycx, Anversa, Belgio, prima del 17 Aprile 1604 – Vienna, Austria, 1° Maggio 1668

Simon Renard de Saint-André, Parigi, Francia, 1614 – Parigi, Francia, 13 Settembre 1677

Carstian Luyckx ammonisce l’inevitabilità della Morte mettendo in evidenza nell’opera altri tre teschi. Il libro su cui poggiano i piedi dello scheletro richiama l’attenzione con una scena infernale, mentre sul piedistallo, posto al centro della composizione, con funzione di principale base d’appoggio per gli oggetti, si legge: 

Pallida mors aequo pulsat pede pauperum tabernas Regumque turres

La pallida morte colpisce allo stesso modo nelle capanne dei poveri e nei palazzi dei Re

Il dipinto ha molti riferimenti storici e oggetti simbolici che alludono al destino comune dell’uomo costretto a patire. Particolari  raffinati sono la clessidra e il lussuoso orologio da trasporto con la chiave, legata a un nastro rosso di seta, per ricordare la brevità della vita. Gli strumenti musicali come il liuto, un violino e un flauto, così come gli spartiti e le carte da gioco, ricordano i piaceri terreni che si abbandonano morendo.

 Jan Davidsz. de Heem, Vanitas, 1630 circa, olio su legno di quercia, Al. 23,2 x  La. 34,6 cm. Museo Nazionale di Stoccolma, Svezia

Jan Davidsz. de Heem, Utrecht, Paesi Bassi, 20 Aprile 1606 – Anversa, Belgio, 1683/1684

Dare significato alla coscienza di esistere

La rappresentazione del teschio, della clessidra o dell’orologio, nelle Vanitas del XVII Secolo, potranno riconfermarsi elementi di chiara interpretazione, non equivocabili, sull’importanza di saper ben gestire il tempo a nostra disposizione, i giorni di vita che ci sono stati donati. La magnificenza dei dipinti, la raffinatezza descrittiva degli oggetti, l’impeccabile stile degli artisti, affinato allo scopo di ricordarci che dovremo morire, in un trionfo di bellezza, mitigano il dolore per la conclusione inevitabile del nostro percorso terreno. Comunicare la sofferenza e la perdita invocano l’attivazione di sistemi per la diffusione di una conoscenza che esorti a condurre una vita piena, dando significato alla coscienza di esistere.

 Jan Davidsz. de Heem, Vanitas, 1628 circa, olio. Musée des Beaux-Arts di Caen, Francia

Jan Davidsz. de Heem, Utrecht, Paesi Bassi, 20 Aprile 1606 – Anversa, Belgio, 1683/1684

POST HOMINEM VERMIS – POST VERMEM FETOR ET HORROR

Il “suggestivo” suggerimento a non allontanare il pensiero della Morte, espresso dalla presenza di uno scheletro intero o di un teschio dallo sdentato e guasto sorriso, avrebbe ottenuto un’effetto ancor più sconvolgente alla vista di un cadavere in avanzato stato di decomposizione.

Ambito Juan de Valdés Leal, Vanitas, 1650/1690, olio su tela. Collezione Franco Maria Ricci, Fontanellato, Parma, Italia 

Juan de Valdés Leal, Siviglia, Spagna, 4 Maggio 1622 – Siviglia, Spagna, 15 Ottobre 1690

Nel dipinto, attribuito all’ambito dello spagnolo Juan de Valdés Leal, la famosa frase lapidaria e sentenziosa:

POST HOMINEM VERMIS – POST VERMEM FETOR ET HORROR

ricorda: “Dopo l’uomo il verme, dopo il verme il fetore e il raccapriccio”. Con un tono crudo l’artista si riferisce al misero destino umano collegandosi alla successiva espressione come conseguenza della trasformazione della carne:

SIC IN NON HOMINEM – VERTITUR HOMNIS HOMO

“Così ogni uomo si trasformerà in un non uomo”. Una realtà concreta che si palesa agli occhi come inevitabilità di un accadimento che non può non far pensare all’atteggiamento di responsabilità che dovremmo sempre avere verso noi stessi e verso gli altri. 

Ambito Juan de Valdés Leal, Vanitas, Particolare, olio su tela, 1650/1690. Collezione Franco Maria Ricci, Fontanellato, Parma, Italia 

Juan de Valdés Leal, Siviglia, Spagna, 4 Maggio 1622 – Siviglia, Spagna, 15 Ottobre 1690

Immagini terribili che incutessero il terrore per la Morte. Il corpo in putrefazione avrebbe dovuto paralizzare lo sguardo di ogni uomo di fronte alla sola certezza di una macabra fine: polvere calpestata. Una pittura repulsiva, linguaggio spia di una rovente sottotraccia di quella trilogia classica che l’Arte ha saputo trasformare in un trittico: inferno, paradiso, purgatorio, dalle forme diverse e dai vari colori.

Et in Arcadia ego

Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino, Et in Arcadia ego, 1618/1622 circa, olio su tela, Al. 82 x La. 91 cm.

 Galleria Nazionale d’Arte Antica, Palazzo Corsini, Roma, Italia

Giovanni Francesco Barbieri, detto Guercino

Cento, Ferrara, Italia, 2 Febbraio 1591 – Bologna, Italia, 22 Dicembre 1666

Nell’Opera intitolata Et in Arcadia ego, dipinta da Guercino tra il 1618 e il 1622 circa, i pastori del regno felice d’Arcadia, la terra idealizzata dove uomini e natura vivevano in perfetta armonia, stanno contemplando un teschio che, posato su un basamento sul quale campeggia l’iscrizione in latino, un topolino è intento a rosicchiare. La rivelazione della Morte collega il pensiero alla successiva decomposizione del corpo umano, ponendo entrambe all’attenzione dell’uomo in un‘iconografia del Memento Mori di cui ne viene data un’interpretazione ampia e distesa in ambito pastorale. Lo sviluppo delle opere dedicate ai pastori d’Arcadia, derivato dalle Egloghe di Virgilio, si diffuse a Venezia e a Roma a partire dal periodo rinascimentale.

Nicolas Poussin, Pastori dell’Arcadia, 1640 circa, olio su tela, 1637/1638, Al. 87 x La. 120 cm. Museo del Louvre, Parigi, Francia

Nicolas Poussin, noto in Italia anche come Niccolò Pussino, Les Andelys, Francia, 15 Giugno 1594 – Roma, Italia, 19 Novembre 1665

Il tema del Memento Mori, con uno stile più solenne, sarà ripreso attorno al 1640 da Nicolas Poussin con l’Opera Pastori dell’Arcadia. L’artista pone la stessa iscrizione su una tomba austera attorniata da figure composte in dialogo tra loro. La frase nell’Opera di Poussin Et in Arcadia ego letteralmente può tradursi – Anche io in Arcadia – dove Et sta per etiam (anche), e si sottintende – sum (sono presente) – o eram (ero). Un Memento Mori tradotto come una frase pronunciata dalla Morte personificata che afferma Anche io in Arcadia o Io anche in Arcadia. L’interpretazione più condivisa sembrerebbe volerla riferire al defunto: La persona sepolta in questa tomba è vissuta in Arcadia –  ovvero – la stessa persona che una volta ha goduto dei piaceri della vita, adesso giace in questa tomba».

Nell’Opera di Guercino, invece, la Morte afferma di essere onnipresente nel tempo e nello spazio utilizzando sum (io sono presente anche in Arcadia), mettendo inoltre in evidenza la transitorietà della gloria del defunto a cui si riferisce con eram (Anche io ero in Arcadia).

Philippe de Champaigne, Vanitas, 1671 circa, olio su tavola, Al. 28 x La. 37 cm. Musée de Tessé, Le Mans, Francia

Philippe de Champaigne, Bruxelles, Belgio, 26 Maggio 1602 – Parigi, Francia, 12 Agosto 1674

Una questione di Tempo

In Cecità, José Saramago scrisse:

Io penso che moriremo tutti, è solo una questione di tempo, morire è questione di tempo, Morire è sempre stata una questione di tempo…

Ed è il Tempo che separa la nascita dalla Morte e se per questo Tempo, fa presente il Filosofo Emanuele Severino (Severino E. Essenza del Nichilismo, Milano, Adelphi, 1982), noi continuiamo a soffrire per quel che crediamo di essere, ossia mortali, la sofferenza, oltre che atroce, sarà inevitabile.

David Bailly, Autoritratto con Vanitas, 1651, Mauritshuis, L’Aia, Paesi Bassi

David Bailly, Leida, Paesi Bassi, 1584 – Leida, Paesi bassi, 1657

Il divenire è il comparire e scomparire degli eterni

Il celebre compianto Filosofo Emanuele Severino (Brescia, Italia, 26 Febbraio 1929 – Brescia, Italia, 17 Gennaio 2020) ha posto sempre in evidenza l’esistenza di un discorso incontrovertibile. Qualcosa che non sia oggetto di controversia, che non si possa mettere in dubbio o in discussione, anche se la cultura contemporanea non crede esista una verità definitiva. La Morte per Severino non è annullamento, egli ritenne non debba essere “negata l’agonia delle cose, va negato che il nulla attenda l’agonia, perché l’esperienza non attesta l’annullamento delle cose. Attesta modi orribili dell’agonia delle cose e dell’uomo. Non attesta la morte in quanto annullamento.” Per questo egli considera follia estrema, la fede in cui si creda che le cose del mondo diventino altro da ciò che sono. 

Pieter Claest, Berchem, Vanitas, 1630, olio su tavola, Al. 39,5 x La. 56 cm. Mauritshuis, L’Aia, Paesi Bassi

Pieter Claest, Berchem, Belgio, 1597/1598 – Haarlem, Paesi Bassi, 1° Gennaio 1661

Per comprendere il senso di queste parole è necessario esemplificare: se un vaso di vetro cadrà a terra si frantumerà in pezzi, se un potente bombardiere bombarderà una città ne rimarranno soltanto rovine. La follia, quindi, ne trarrà le conseguenze e affermerà siano diventate nulla. Ma se qualcosa diventerà nulla, continuerà a essere esperito come prima della sua distruzione totale? Si manifesterà come prima del suo annichilimento?

Pieter Claest, Berchem, Vanitas, 1628, olio su tavola, Al. 24,1 x La. 35,9 cm. Metropolitan Museum of Art, New York City, USA

Pieter Claest, Berchem, Belgio, 1597/1598 – Haarlem, Paesi Bassi, 1° Gennaio 1661

A questa domanda anche la follia sarà costretta a negare. Quindi, se una cosa si annienterà, non sarà più esperita, poiché uscirà dall’esperienza. Allora affermeremo che non potrà essere l’esperienza a provare quale sia il destino di ciò che uscirà dall’esperienza e a dimostrare che si sia annientato. A questo punto potremo chiederci: chi o che cosa potranno riferire della sorte di quanto non è più esperibile?

Harmen Steenwijck, Vanitas, 1650 circa, olio su tavola, Al. 37,4 x La. 38,2 cm. National Gallery, Londra, UK

Harmen Steenwijck, Delft, Paesi Bassi, 1612, Leida, Paesi Bassi, 1656

Pensare che un essente sia stato nulla o lo diventi, significherebbe pensare che l’essente (il non nulla) sia nulla. Da qui la necessità di ogni essente è di non essere un provvisorio sporgere dal nulla.

Pieter Evertsz Steenwijck, Vanitas Tenente Ammiraglio Marten Harpertsz Tromp, 1655 circa, olio su tela, Al. 79 x La. 101,3 cm.

Museum De Lakenhal, Leida, Paesi Bassi

Pieter Evertsz Steenwijck, Delft, Paesi Bassi,  1615 – 1660  

Quindi, il divenire è il comparire e scomparire degli eterni.

(Emanuele Severino, Dispute sulla verità e la morte, Milano, Rizzoli, 2018).

Pieter Claeszoon, Vanitas, Particolare, 1625, olio su tavola, Al. 29,5 x 34,5 La. cm. Frans Hals Museum, Haarlem, Netherlands

Pieter Claeszoon, Berchem, Belgio, 1597/1498 – Haarlem, Paesi Bassi, 1° Gennaio 1661

Ricostruire il Volto

Riteniamo interessante suggerire un percorso di riflessione ulteriore, in altra direzione, sempre stimolato dalla presenza del Teschio nelle Vanitas. Dalla visione del cranio, lo sguardo insinuato oltre le orbite separate tra loro dalle fosse nasali, restituirà il desiderio di ricostruire l’immagine di quel Volto scomparso, nel tentativo di poterlo ricordare, di poter rammentare i suoi occhi, il suo soffio vitale. Un collegamento alla finitudine dell’essere, alla trasformazione in assenza della carne e all’importanza da attribuire all’impossibilità di vedere il suo Volto. 

Agostino Arrivabene, Ruah, 2012, olio e oro in foglia su legno, Al. 32 x La. 27 cm.

Agostino Arrivabene, Rivolta D’adda, Cremona, Italia , 1967

Crescere

Il Filosofo Emmanuel Lévinas o Levìnas (Kaunas, Lituania, 12 Gennaio 1906 – Parigi, Francia, 25 Dicembre 1995) ci parla dell’incontro con il Volto dell’Altro e del suo senso profondo. Riferendosi a un concetto del Talmud “Chi salva una vita salva il mondo intero” valorizza la dimensione singola dell’esistenza. L’Altro, il suo Volto, è la rivelazione, si presenta e si impone all’io per forza propria attraverso i suoi occhi, il suo sguardo concreto, quello di una persona che si osserva per porla al centro della propria vita. In questo scambio di sguardi se l’io, osservando l’Altro, rinunciasse alla pretesa di dominio, a prenderne possesso, subirebbe un depotenziamento che gli permetterebbe di Crescere. 

Agostino Arrivabene, Senza titolo, 2013, olio e oro in foglia su legno, Al. 47 x La. 35,5 cm.

Agostino Arrivabene, Rivolta D’adda, Cremona, Italia , 1967

Il Dialogo

E. Lévinas ritenne che il Dialogo e le relazioni debbano avvenire tra volti. Pensando all’immagine biblica dell’esodo, il filosofo parla di un uscire da sé per cogliere l’opportunità di Crescere verso altre possibilità. Perché ciò accada sarà necessario che la vita sia altrimenti che essere. Questo non vorrà dire essere altrimenti, poiché significherebbe rimanere nella logica dell’essere, significherà invece iniziare a vivere un’esistenza che si basi sulla relazione e sull’io depotenziato. Uno scambio relazionale che potremmo definire oggi, in-presenza, uno di fronte all’altro, un faccia a faccia di due volti in relazione che entrano in rapporto: comunicano.

Agostino Arrivabene, Atanor, 2015, olio e oro su legno, Al. 31 x La. 26 cm.

Agostino Arrivabene, Rivolta D’adda, Cremona, Italia , 1967

Se la corrispondenza reciproca tra gli individui non si attuerà in questo senso, ossia se l’io non ammetterà l’Altro come soggetto, il risultato sarà un io che tenterà sempre di ridurre l’uomo, le cose, la natura, Dio stesso a oggetto.

L’importanza dell’Ascolto

Un individuo diverrà libero da sé, dalle proprie chiusure, dalla insufficienza dei valori morali solo se sarà responsabile. Potrà prendersi cura dell’Altro attraverso l’incontro, disponendosi all’Ascolto, all’altissimo valore delle parole in una relazione tra pari, in un comporre di sguardi.

Promuoviamo nuovi percorsi per il futuro degli studi sulla Morte

Un simbolo della Morte, il Teschio, nella pura combinazione di linea e colore, forte dell’assenza degli occhi, valorizza l’assoluta importanza, nello spettacolo del vivere, dell’uso di un linguaggio che permetta di condividere la realtà dell’incontro con la fine. La medesima immagine sarà d’aiuto per riflettere sulla relazione con il Volto dell’Altro nel nostro transito sul mondo e ridefinire un percorso in cui il Dialogo, fondamento dei rapporti individuali e sociali dell’esistenza, significhi anche la Morte e il morire. Negato, a chi osserva, il privilegio che la pittura accorda allo sguardo, il vuoto cranio si offre nella propria bellezza inusitata quale traccia di una vita, e forse, del suo passaggio nel viaggio in-infinitum.

Un caro saluto 

Elena Alfonsi

Desidero ringraziare, per la concessione delle immagini, l’Artista Agostino Arrivabene per le opere pittoriche e il Fotografo Pietro Mori per le fotografie.