La Perdita. Il Mito di Orfeo ed Euridice. Un percorso di Death Education

Attribuito a Hugues Jean François Paul Duqueylard, Orfeo, olio su tela, Al. 99 x La. 80 cm. Collezione Privata

Hugues Jean François Paul Duqueylard, Bouches du Rhone, Francia, 31 Ottobre 1771 –  Lambesc, Francia, 1° Marzo 1845

Carissimi Amici di Alla fine dei conti

lo studio della Tanatologia Culturale permette di acquisire gli strumenti per affinare la ricerca e lo sviluppo degli aspetti della Cultura in grado di trasmettere il senso di pensare alla Morte. L’Arte è una delle modalità con cui le competenze intorno ad essa e ai suoi significati ci permettano di reintegrare nella Vita la coscienza della finitudine dell’essere umano. La presentazione e considerazione di opere d’Arte per la diffusione della Death Education è uno dei percorsi di DeEd. Parlare di Morte diviene più che mai necessario quando la contingenza delle eventualità ci impongono di “fare i conti” con la realtà delle effettive perdite. Purtroppo sono tanti gli ostacoli che si frappongono alla possibilità di poter parlare liberamente ed esplicitamente di Morte e all’approfondimento delle modalità con cui le diverse rappresentazioni della Morte possano orientare la Vita. La ricerca di opere, attinte dalla produzione di autori della Storia dell’Arte del Mondo, realizzate con maestria e volontà di creare forme originali non inficiate dall’obbligo di dover rientrare in determinate categorie, supportate da un’analisi critica e tanatologica, permetteranno di sostenere l’importanza di non allontanare dall’Uomo il pensiero dell’esistenza di un fine Vita e la coscienza del suo essere mortale. La continua tendenza dell’individuo a emarginare il pensiero della Morte si scontrerà con la necessità sempre emergenziale di dover gestire l’angoscia che nasce inevitabilmente dal suo incontro.

Jacques Benigne Bossuet (Digione, Francia, 27 Settembre 1627 – Parigi, 12 Aprile 1704) nel Sermone sulla morte del 1666 disse:

“E’ una singolare debolezza dello spirito umano il fatto che la morte non gli sia mai presente,

per quanto gli si metta in mostra da ogni parte e in mille modi.

I mortali si preoccupano di seppellire il pensiero della morte con la stessa cura con cui sotterrano i morti.”

Albrecht Durer, Autoritratto con con fiore di Cardo, 1493, olio su pergamena incollata su tela, Al. 56 x La. 44 cm. Museo del Louvre, Parigi  

Albrecht Durer a Venezia nel 1494

Sul finire dell’Estate del 1494 scoppiò a Norimberga, in Germania, una delle pandemie diffuse a quell’epoca, che genericamente veniva definita peste. Ai tempi la miglior difesa contro il contagio, la più sicura tra quelle consigliate dai medici, era di allontanarsi il più possibile dai focolai.

Michael Wolgemut e Wilhelm Pleydenwurff, Xilografia di Norimberga, 1493, Cronaca di Norimberga di Hartmann Schedel. Germania

Albrecht Durer (Norimberga, Germania, 21 Maggio 1471 – Norimberga il 6 Aprile del 1528) volendo evitare il rischio di ammalarsi, colse l’occasione per intraprendere il suo primo viaggio in Italia. La destinazione sarebbe stata Venezia dove avrebbe potuto studiare la cultura classica sulla quale fondare il rinnovamento della tradizione figurativa tedesca. A. Durer fu un uomo intensamente religioso e profondamente appassionato di Arte Classica. Il Classico, per l’implicito idealismo formale, appare ad A. Durer come il miglior “antidoto” contro il realismo illustrativo del tardo gotico tedesco. Egli ritenne che ridurre la bellezza a canone, proporzione, numero, fosse il modo migliore per salvaguardarla dalla contaminazione mondana o sensuale. In Italia intendeva inizialmente documentarsi e apprendere i principi e i metodi sulla costruzione prospettica, ma rimase affascinato dalle opere dei suoi contemporanei che raffigurarono temi mitologici.

Albrecht Durer, Morte di Orfeo, 1494, disegno a penna e Argento su pergamena, Al. 28,9 x La. 22,5 cm. Museo Kunsthalle, Amburgo, Germania

Da un perduto Andrea Mantegna

E’ per merito di un Disegno di A. Durer realizzato nel 1494 a penna e Argento su pergamena, intitolato Morte di Orfeo, che è potuta pervenire a noi l’immagine di un’opera perduta di Andrea Mantegna, uno dei più grandi maestri dell’illusionismo prospettico. Il Disegno di A. Durer è considerato dalla Storica dell’Arte tedesca Petra Roettig una delle testimonianze più importanti del suo studio sul Rinascimento Italiano e l’Arte Antica, tanto da essere ritenuto il primo capolavoro del Maestro. Non vi è nessuna informazione certa sul luogo esatto in cui A. Durer abbia potuto vedere direttamente l’opera di Andrea Mantegna e, comunque, anche se esiste un’anonima incisione in rame tratta dalla stessa opera di Mantegna dalla quale A. Durer avrebbe potuto a sua volta trarre il Disegno, la vicinanza del Disegno di A. Durer al lavoro di Mantegna è tale da poter avvalorare l’ipotesi, già sostenuta, che da Venezia si fosse spostato a Padova e probabilmente anche a Mantova.

Andrea Mantegna, Autoritratto, affresco, 1448 – 1457, Cappella Ovetari, Chiesa degli Eremitani, Padova, Italia

Andrea Mantegna, Isola di Carturo, Padova, 1431 – Mantova, 13 Settembre 1506

Un elemento di connessione tra il Disegno eseguito da A. Durer e l’opera di Andrea Mantegna è visibile nell’Autoritratto dipinto dallo stesso Maestro nel ciclo di affreschi, eseguiti tra il 1448 e il 1457, della Cappella Ovetari nella Chiesa degli Eremitani a Padova. Vi è forte analogia tra il volto di A. Mantegna e volto di Orfeo nel Disegno di A. Durer.

Andrea Mantegna, Discesa al Limbo, 1470 – 1475, , tempera e oro su tavola, Al. 38,8 x La. 42,3 cm. Collezione Privata

Un altro elemento di attinenza tra il Disegno di A. Durer e la mano di A. Mantegna, si rileva nella posizione di Cristo, dipinto al centro della composizione e in primo piano, nella Discesa al Limbo. Nell’opera datata tra il 1470 e il 1475, a tempera e oro su tavola, la posa di Cristo ricorda la posizione della Menade (seguace del culto orgiastico di Dioniso) posta a destra nel Disegno di A. Durer. Il tema della discesa al Limbo era un tema raro ma fu caro ad A. Mantegna per rappresentare l’importanza di un atto, la Salvezza, da parte di un Cristo di cui non vediamo il volto poiché è posto di spalle. A. Mantegna sembra voler subordinare l’importanza della figura di Cristo al valore del suo gesto: l’atto salvifico nei confronti dei Savi che egli non solo aiuta ad uscire dal Limbo ma accompagnerà in Paradiso. La figura di Cristo è riconoscibile dal lungo bastone/scettro sormontato dalla Croce.

Albrecht Durer, Studio di nudo femminile di schiena con bastone, 1495, inchiostro su carta, Al. 32 x 21 cm. Museo del Louvre, Parigi, Francia

Un Disegno dedicato allo Studio di un nudo femminile ritratto di schiena, datato 1495, realizzato da A. Durer a inchiostro su carta, sembrerebbe portarci a credere possibile che A. Durer avesse potuto vedere direttamente la Discesa al limbo di A. Mantegna e studiare quella posizione di schiena più volte riproposta dal Maestro padovano.

Il Mito raccontato da Ovidio

Il Tema del Disegno de La Morte di Orfeo di Albrecht Durer è tratto dal X Libro de le Metamorfosi scritto dal Poeta romano Publio Ovidio Nasone tra il 2° e l’8° d. C. Racconta di Orfeo, un personaggio della mitologia greca capace di incantare ogni creatura con il canto e il suono della lira: donne, uomini e animali anche i più feroci. 

Jan Roos, Giovanni Rosa, Orfeo incanta gli animali, olio su tela, Al. 220 x La. 162 cm. Collezione Privata

Jan Roos, Anversa, Belgio, 1591 – Genova, 1638

Orfeo, che rimase improvvisamente vedovo dell’amata Euridice morta a causa del morso di una vipera, con il cuore spezzato si dichiara incapace di vivere senza di lei. Così, pazzo di dolore, decide di percorrere la strada in discesa verso l’Ade, il regno dell’oltretomba, e presentarsi al cospetto dei sovrani per convincerli a concedere ancora un soffio di vita alla sua sposa scomparsa troppo prematuramente.

Sarebbe riuscito ad incantarli e commuoverli con la sua sublime arte di citaredo?

Giunto nell’Ade toccando le corde della cetra iniziò a cantare.

Pierre Amédée Marcel Béronneau, Orfeo, 1897, olio su tela, Al. 200 x La. 1,63 cm. Musée des Beaux Arts, Marseille, Francia

Pierre Amédée Marcel Béronneau, Bordeaux, Francia, 1869 – La Seyne sur Mer, Francia, 1937

“O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi di un parlare ambiguo […]. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso”.

Henri Regnault, Orphée aux enfers, 1865, Calais, Museo delle Belle Arti e del Merletto, Francia

Henri Regnault, Parigi, Francia, 31 Ottobre 1843 – Rueil Malmaison, Francia, 19 Gennaio 1871

Orfeo, prostrato, inoltra la sua richiesta.  

Jan Brueghel il Vecchio, Il Concerto di Orfeo agli Inferi, 1594 circa, olio su rame, Collezione Permanente

Palazzo Colonna, Roma, Italia

Jan Brueghel il Vecchio, Bruegel dei Velluti, Bruxelles, Belgio, 1568 – Anversa, Belgio, 12 Gennaio 1625 

“Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato: ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un Dio ben noto questo; se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero: […]. Per questi luoghi paurosi, per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, vi prego, ritessete il destino, anzitempo infranto, di Euridice! Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra, presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo. Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine. Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto il tempo che le spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono. Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo: io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!”.

Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira, le anime esangui piangevano.

Né ebbero cuore, la regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera, e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava, e venne avanti con passo reso lento dalla ferita.

Anselm Feuerbach, Orfeo ed Euridice, 1869, olio su tela, Al. 200 x La. 126,5 cm. Österreichische Galerie Belvedere, Vienna, Austria

Anselm Feuerbach, Spira, Germania, 12 Settembre 1829 – Venezia, Italia, 4 Gennaio 1880

Orfeo (del Monte Ròdope), prendendola per mano, ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell’Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono.

Jean-Baptiste Camille Corot, Orfeo e Euridice dagli Inferi, 1861, olio su tela, Al. 112,3 x La. 137 cm. Museum of Fine Arts, Houston, Stati Uniti

Jean-Baptiste Camille Corot, Parigi, Francia, 16 Luglio 1796 – Parigi, Francia, 22 Febbraio 1875

In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile.

Edward John Poynter, Orfeo e Euridice, 1862

Edward John Poynter, Parigi, Francia, 20 Marzo 1836 – Londra, Regno Unito, 26 Luglio 1919

E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente.

John Roddam Spencer Stanhope, Orfeo e Euridice sulla riva dello Stige, 1878, olio su tavola, Al. 100 x La. 140 cm. Collezione privata.

John Roddam Spencer Stanhope, Yorkshire, Regno Unito, 20 Gennaio 1829 – Firenze, Italia, 2 Agosto 1908

Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata? Per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva. Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie.

Enrico Carlo Augusto Scuri, Euridice ritorna negli Inferi, 1842, olio su tela

Enrico Carlo Augusto Scuri, Bergamo, Italia, 26 Aprile 1806 – Bergamo, 4 Maggio 1884

Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta: il nocchiero lo scacciò. Per sette giorni rimase lì accasciato sulla riva, senza toccare alcun dono di Cerere: dolore, angoscia e lacrime furono il suo unico cibo.

 Alexandre Séon, Il lamento di Orfeo, 1896, Museo d’Orsay, Parigi, Francia

Alexandre Séon, Chazelles sur Lvon, Francia, 18 Gennaio 1855 – Parigi, Francia, 5 Maggio 1917

La furia delle menadi

Nel Disegno di A. Durer le menadi, che per cibarsi uccidevano gli animali e ne mangiavano la carne cruda, impugnando grossi tronchi si avventano con violenza sul corpo di Orfeo. In questo eccesso di collera, rabbiosa e violenta, tutto è posto in movimento. I corpi ben torniti sprigionano energia nelle torsioni, per prendere il giusto slancio e colpire con forza Orfeo, e nel moto amplificato dalle vesti svolazzanti i cui lembi divengono prede dell’aria. Moti che parrebbero essere stati colti direttamente dall’opera di A. Mantegna e non soltanto dalla perduta da cui A. Durer trasse il suo Disegno. Un Disegno interessante anche per la posizione di Orfeo in ginocchio, per i gesti espressivi e difensivi a protezione di quei colpi con cui sarà giustiziato. La tragica rappresentazione della Morte di Orfeo fu un motivo diffuso nel Rinascimento e tratto da modelli antichi.

 Albrecht Durer, Ercole al bivio, 1498, incisione a bulino su lastra di rame, Al. 32,3 x La. 22,3 cm. Collezione Privata

Un vocabolario segnico infinito

Con Ercole al bivio A. Durer giunse alla svolta più significativa della sua produzione. Si tratta di un’incisione a bulino su lastra di rame eseguita nel 1498 in cui dimostra di aver assorbito compiutamente la lezione italiana. Possiamo affermare che tecnicamente A. Durer possieda un vocabolario segnico infinito: la pressione del bulino definisce lo spettro di tonalità dal chiaro allo scuro. Il paesaggio sullo sfondo è reso grazie al puntinato, tecnica che ritorna nella definizione del tono muscolare. I tratti sono morbidi, i contorni meno pesanti, meno rigidi. La donna al centro ha la bellezza di una statua classica e ripropone la Menade a sinistra nella Morte di Orfeo che impugna aggressiva il tronco che userà per ucciderlo.

Orfeo è un personaggio della mitologia greca, un artista per eccellenza che dell’arte incarna i valori eterni, ma è anche uno «sciamano, capace di incantare animali e di compiere il viaggio dell’anima lungo gli oscuri sentieri della Morte». Dopo la definitiva perdita dell’amata Euridice Orfeo espresse il dolore fino ai limiti delle possibilità artistiche incantando nuovamente gli animali e animando gli alberi. Pianse per sette giorni sapendo che non avrebbe amato nessun’altra anche se molte delle menadi avrebbero voluto unirsi a lui. Si sentirono oltraggiate per essere state rifiutate e lo uccisero permettendogli, nella Morte, di ricongiungersi con Euridice.

 Emile Lévy, Morte di Orfeo, 1866, olio su tela, Al. 206 x La. 133 cm. Museo d’Orsay, Parigi, Francia

Emile Levy, Parigi, Francia, 29 Agosto 1826 – Parigi, Francia, 4 Agosto 1890

Orfeo il primo omoerotico. “Orfeus der erst puseran”

Orfeo, morta Euridice, non vorrà più amare nessun’altra donna e troverà un altro amore. Per Ovidio Orfeo è il fondatore dell’amore omoerotico. Alla sua omosessualità, nel Disegno di A. Durer, si riferiscono sia la frase scritta in lingua tedesca sul cartiglio svolazzante legato alla sommità all’albero in cui si legge “Orfeus der erst puseran” “Orfeo il primo puseran” ossia il primo omosessuale nella verbalizzazione tedesca di una parola dialettale veneziana (“buggerone” tratto dal veneziano “buzerone”), che il Putto nell’atto di fuggire a sinistra. Orfeo con le sue canzoni e la sua musica farà innamorare tra gli uomini anche i mariti delle donne di Tracia.

John William Waterhouse, Le ninfe trovano la testa di Orfeo, 1900, olio su tela, Al. 149 x La. 99 cm. Collezione Privata

John William Waterhouse, Roma, Italia, 6 Aprile 1849 – Londra, Regno Unito, 10 Febbraio 1917

Il movente del delitto fu la vendetta. Le menadi lo uccisero, lo dilaniarono e si nutrirono del suo corpo. La sua testa finì nel fiume Ebro e da qui fino al mare continuando prodigiosamente a cantare a simbolo l’immortalità dell’Arte.

Jean Delville, Orfeo, 1893, olio su tela, Al. 79 x La. 99 cm. Collezione Privata

Jean Libert, Lovanio, Belgio, 19 Gennaio 1867 – Bruxelles, Belgio, 19 Gennaio 1953

disperse giacciono le membra, capo e lira, nell’Ebro, è un prodigio: mentre fluttuano in mezzo alla corrente, la lira flebile si lamenta, la lingua esanime mormora un flebile gemito, flebili rispondono le rive.” (Ovidio, Le metamorfosi, XI.50-53)

Gustave Moreau, Orfeo, 1865, olio su tavola, Al. 154 x La. 99,5 cm. Musée d’Orsay, Parigi, Francia

Gustave Moreau, Parigi, Francia, 6 Aprile 1826 – Parigi, Francia, 18 Aprile 1898

Nell’opera di Gusave Moreau la testa di Orfeo giace sulla sua lira e la giovane donna la guarda afflitta e malinconica. I due volti ad occhi socchiusi sembrano assorbiti in una contemplazione che non conosce fine. All’orrore del supplizio evocato, segue questa scena serena che sfugge misteriosamente alla morbosità immersa in una luce crepuscolare, su uno sfondo di paesaggi fantastici. In basso a destra le tartarughe, il cui guscio, secondo il mito, era servito per fabbricare la prima lira.

Alla fine Ovidio farà ritrovare a Orfeo Euridice fra le anime pie e qui potrà guardarla senza più temere.

Perché Orfeo si volta?

Perché Orfeo non riesce a resistere e, preso da un profondo senso di grande angoscia, proprio un attimo prima di uscire dall’Ade si gira colto dal dubbio che Euridice non ci sia?

Antonio Canova, Orfeo ed Euridice, 1775/1776, Altezza 2,03 m. Pietra di Vicenza, Museo Correr, Venezia, Italia

Antonio Canova, Possagno, Treviso, 1° Novembre 1757 – Venezia, 13 Ottobre 1822

Nel gruppo scultoreo Orfeo ed Euridice di Antonio Canova, scolpito tra il 1773 e il 1776 e conservato al Museo Correr a Venezia, Euridice segue Orfeo proprio come nel mito di Ovidio. I due personaggi sono rappresentati nel momento cruciale: Orfeo si volta e nel farlo si porta la mano alla fronte. Ha le sopracciglia aggrottate e pare che dalla bocca dischiusa emetta un gemito strozzato, come se improvvisamente si rendesse conto di aver commesso l’irreparabile.

Antonio Canova, Orfeo ed Euridice. Euridice, 1775/1776, pietra di Vicenza, Museo Correr, Venezia, Italia

Euridice, con il movimento del braccio sinistro che avanza rispetto al resto corpo, sembra invitare il marito a proseguire sulla strada del ritorno. Il suo destino è ormai inappellabile e all’azione del suo invito è contrapposta una mano implacabile che sorgendo dal basso, alle sue spalle, le afferra saldamente il polso destro per restituirla alle profondità dell’Ade. Anche Canova in questo modo suggerisce che Orfeo si volti a causa di un impulso incontrollabile.

La Perdita

Le opere d’Arte che rappresentano le diverse fasi dedicate al racconto del Mito di Orfeo ed Euridice offrono la possibilità di affrontare il concetto di perdita. Sia la perdita a causa della morte di un individuo che quella intesa nelle diverse accezioni del temine. Il Dolore provato da chi si trova a dover affrontare la solitudine, per la fine di una vita o per aver perduto un affetto, è un Dolore che si associa all’assenza. Per supplire a questa mancata presenza, ognuno di noi dovrà scendere nelle profondità del proprio animo per scandagliare le zone più oscure. Un percorso necessario di cui non si conosce l’approdo ne se all’arrivo giungeremo trasformati. Per superare il dolore a causa di una perdita sarà importante percorrere l’intero cammino fino in fondo mettendo in conto di affrontare prove quali la solitudine, i ricordi, la nostalgia, le situazioni destabilizzanti, accettando di essere attraversati dal dolore. Per riuscire e non fallire nell’impresa dovremo avere pietà verso noi stessi dando tempo alle ferite di rimarginarsi e considerare che, per quanto difficile possa essere la risalita, sia necessario lo sforzo di accogliere il cambiamento che inevitabilmente presupporrà un’associata evoluzione di se stessi.

Dalla Morte di Orfeo come metafora della richiesta morale di autocontrollo, all’esercizio filosofico sulla difficoltà della scelta morale nella vita dell’uomo con Ercole al bivio. Drammatici conflitti nel percorso di A. Durer che ha saputo trascrivere i moti dell’animo di Andrea Mantegna divenendo uno dei massimi protagonisti della Storia dell’Arte e della cultura umanistica tedesca. A. Mantegna e A. Durer tra Quattrocento e Cinquecento anticipano l’inquieta ricerca della natura dell’Uomo, del proprio ruolo nel mondo, nella vita, sondando nella pittura l’interiorità della coscienza, la tensione dell’anima sempre in lotta per la propria salvezza.

Un caro saluto

Elena Alfonsi