Una Domenica di Luglio ad Andes

Una Domenica di Luglio ad Andes

Qualche volta mi è stato chiesto che cosa significhi per me Mantova. Mi rendo conto che pur non essendo vissuta sempre a Mantova mi sono identificata con lei per le ragioni dell’arte e della poesia che divennero ragioni di vita, ma anche perché quello che questa città è in grado di trasmettere è paragonabile a una struttura fondamentale, una grammatica del sentimento, del pensiero, dell’incidere umano; ed è l’impronta di un passato che è più tenace del visibile. Una città in cui d’Estate persiste un caldo umido per il quale ne lamentava il fastidio perfino Andrea Mantegna. Come allora quel caldo soffocante, opprimente, ancor oggi insiste, e pare intridere la realtà dei luoghi. E’ Domenica 15 Luglio 2018. Non ho mai attribuito grande importanza alle date, ma il trascorrere degli anni mi ha portato ad apprezzare di più il ricordo del tempo in cui un fatto è accaduto. Saranno state circa le nove. Troppo presto per il settimo giorno della settimana, e di solito le notizie peggiori giungono a ore inconsuete. Squilla il cellulare, e rispondo con un lieve stato d’ansia, poiché vedo il nome di una cara amica.

E. – Ciao Morena. 

M. – Ciao Elena.

E. – E’ successo qualcosa?

M. – Scusami per l’ora, stai tranquilla nulla di grave, soltanto una piccola richiesta d’aiuto se ti fosse possibile.

E. – Dimmi, se potrò…volentieri.

M. – Mia madre con i bambini questa mattina è partita per il mare per qualche giorno, ma mi ha già telefonato perché si è ricordata di aver lasciato accesa una candela in cucina. Mio marito ha la mia auto per cui sono a piedi. Avresti il tempo di accompagnarmi per andare a controllare? La casa di mia madre è a Pietole, ricordi? Saranno dieci minuti dal tuo studio. 

E. – Figurati! E’ Domenica, fortunatamente al momento non ho nessun impegno, dammi solo il tempo di cambiarmi. Ti passo a prendere tra venti minuti al massimo.

M. – Grazie infinite Elena. Ti aspetto.

Tutto era ancora avvolto in una “rete di rumori minuti”. Un giorno festivo d’Estate, una mattina luminosa nella quale pareva poter riuscire a distinguere ogni cosa del mondo. Pietole non è un luogo qualunque, ma l’antica Andes latina dove nacque Virgilio il 15 Ottobre del 70 a.C., il massimo Poeta di Roma per il senso sublime dell’Arte e per l’influenza che esercitò nei secoli, colui che Dante definì “quell’ombra gentil per cui si noma Pietola”(Dante Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio, Canto Diciottesimo). 

Ma torniamo alla nostra storia. 

La casa, a poca distanza dalla Chiesa Parrocchiale del Borgo, fu ricavata nell’antica villa di una corte rurale che, seppur di matrice romana, testimoniava la storia del luogo e rimandava a un viaggio nostalgico, quasi malinconico verso l’origine dell’insediamento umano nella campagna della Pianura Padana. Spazi vissuti nella vita quotidiana di un tempo che l’uomo della civiltà contemporanea non è più in grado di cogliere. Prospiciente alla struttura architettonica un ampio giardino accoglieva alberi d’alto fusto, cespugli di rose, panche di pietra. Entrando dal piccolo portone d’accesso all’abitazione ci dirigemmo in cucina e trovammo una candela bianca spenta. Forse era stata spenta da un atto dimenticato per la concitazione dovuta alla partenza, o forse si era spenta. L’acuto frinire delle cicale si levò più forte, e il cielo terso dava la sensazione di respirare una bellezza dormiente da secoli. L’esistenza va spesso dove il caso la porta, e vorremmo poter stare fermi sul poco di terra che in quel caso ci è venuto sotto i piedi. Pietole per Morena divenne stazione buona dove parte di lei si fermò per sempre. Uscendo dal portone d’ingresso percepisco movimenti di una lentezza inusuale, un prendere tempo quasi a voler dire fermiamoci: qui c’è profumo di rose, poco più in là l’odore è di foglie e fiori appassiti, dove tutto è finito e dove i muschi, come i dolenti, si aggrappano ai ricordi. Ma è difficile, impossibile rinunciare a un passaggio in quel luogo di riposo perenne situato poco lontano, dove il tempo concesso tra noi, per coloro che giacciono si è concluso, e quando tutto finisce, su chi resta, dopo aver pianto a contatto di guance affettuosamente comprensive, la tristezza da inizio al suo volo. 

M. – Elena, grazie! Diavolo! Ti ho disturbato per niente.

E. – No Morena, se non avessi potuto accompagnarti avresti dovuto chiedere a qualcun altro. L’abbiamo trovata spenta, ma se fosse rimasta accesa? Dai…non preoccuparti nessun problema. Lo sai che se posso…

Osservo i suoi movimenti, solitamente dinamici e scattanti e scorgo con chiarezza che stia temporeggiando non riuscendo a esternare. Sono certa abbia compreso di dover essere veloce poiché stiamo risalendo in auto per rientrare.

M. – Mi hai detto che oggi al momento non hai nessun impegno…

E. – Si! Non ho nulla di urgente…perché?

M. – Ti dispiacerebbe se ci fermassimo in Cimitero per un saluto a Linda?

E. – Assolutamente no! Anzi, non ci avevo pensato. Brava Morena, mi farà molto piacere farle visita. Dai muoviti, sali che andiamo!

Il 25 Febbraio del 2007 Morena partorì due gemelle, Linda e Lucrezia. Linda però, rispetto a Lucrezia, mostrò immediatamente una debole costituzione. Nei giorni successivi il parto, le sue condizioni si aggravarono, non fu reattiva alle cure e non riuscendo a recuperare vigore per lei non si poté più nulla. Morirà nove giorni dopo essere stata data alla luce: il 6 Marzo 2007. Venne sepolta nel Cimitero di Pietole, un tranquillo Cimitero della campagna mantovana più prossima alla città, dove i muti campi distesi intorno a quel luogo di morte si legano a un silenzio amico. La sua piccola tomba di pietra, più solida del marmo per perpetrare il ricordo, fu costruita di semplice fattura dal nonno materno. Indistinto è il percepire cosa possa privarci dal distoglierci dalla desolazione di questo piccolo edificio della memoria, che il giro del Sole circonda d’attenzione, dove è solo la carne a consumarsi. Non sarebbe stato possibile. Un’ovvietà l’impossibilità di un’immagine fotografica in grado di conferire alla breve iscrizione tombale un riscontro visivo pur nel continuo dolore di aver la forza di posare lo sguardo nello sguardo dell’altro, per il quale non avrebbe potuto essere storia diversa. Avverto la mancanza della concretezza data da un volto incorniciato in un medaglione ovale: un ritratto, un momento fissato dalla macchina fotografica come mai visto prima e impossibile da replicare. Uno scatto stanato con naturalezza e semplicità in una frazione di secondo avrebbe reso la lapide meno fragile, ricca di un tesoro straordinario capace di continuare a comunicare con chi resta. E’ incredibile quanto possa riuscire a dare un clic in un centesimo di secondo, in una frazione impercettibile di tempo nella quale il fotografo cerca la più perfetta adesione umana e poetica ai volti, rendendoli liberi, fissati nella libertà e nella generosità dell’anima e dello sguardo, una tenerezza che parla al cuore per amore di coloro che non rientrano nei grandi disegni della storia. Quello di Morena è un triste episodio di vita che sostiene il peso del dramma della morte perinatale, e al contempo mi offre lo spunto per porre in evidenza la grande importanza della fotografia come ricordo ricreatore sia estetico che storico, dove l’artista individua, circoscrive, mette in valore, crea dei piccoli luoghi abitati da donne, uomini, bambini, per poterli ricordare nel tempo che passa. Sulla tomba di Linda nessuna immagine sarebbe stata possibile, nessun ovale incerto, nessuna finestra da cui immaginare di poter osservare lo scenario oltre il limite dell’impronta di un istante significativo colto all’improvviso. Tra le poche figure in visita a questo spazio senza nessuna velleità monumentale, alcune con voci sommesse si scambiavano brevi discorsi conviviali, e per rispetto del Sacro, all’incrocio degli sguardi, pur non conoscendosi, accennavano a un saluto che toglieva pesantezza e limiti all’aspetto malinconico di un luogo di ristagno di vite troppo spesso dimenticate. 

M. – Andiamo? Ti ringrazio tanto! 

E. – Sicura di voler andare? Venire da Linda è stato il dono di questa Domenica. Mi ricorderò di questo giorno. Grazie a te.

Il tratto dalla tomba all’uscita è breve, soltanto qualche stretto vialetto accostato alle basse pareti dei loculi, ricoperto da piccoli sassi bianchi squadrati. Tra noi parliamo sottovoce, e sono felice nel vedere che Morena non sembra più manifestare uno stato d’animo che oscilla tra l’angoscia e l’euforia, come se l’oppressione di un tempo, almeno per oggi, fosse lasciata alle spalle. E’ faticoso sopportare l’amaro passato, ma insieme la pena è meno grande. Tra un passo e l’altro ci scambiamo sorrisi compiaciuti a suggello di abissi e plaghe dell’interiorità umana, i suoi soffocanti destini, la gloria negativa di accettare la pena. Ma qualcosa doveva ancora accadere, e a un fatto d’eccezione che ci permise di evadere dalla consuetudine se ne associò un altro che mescolò il caso all’ironia della sorte. Uscite dal Cimitero ci dirigemmo verso la mia auto, parcheggiata non molto lontano dal cancello d’accesso. Per estrarre le chiavi dalla borsetta indirizzo lo sguardo verso il basso, e come d’abitudine guardo il suolo. Vicino al luogo in cui avevo parcheggiato, tre lettere maiuscole di ferro molto consumate dalle intemperie, probabilmente appartenenti a un’antica lapide, erano sul terreno. Una A una I e una S, con le quali mentalmente in un istante composi una parola di senso compiuto SIA! “Fiat voluntas tua” (Vangelo secondo Matteo 6,10). Le raccolsi insistendo con lo sguardo per vedere se ce ne fossero altre, ma non ne trovai. Attraverso tre frammenti che componevano un verbo, sfuggiti al destino dell’oblio, rivive imprigionata in questo testo un’altra traccia del vivere.

La mia vita è fatta di parole. 

Come disse la poetessa Piera Oppezzo (Torino, 2 Agosto 1934 – Miazzina, 19 Dicembre 2009), “Nella vita o si vive o si scrive”, “l’atto di scrivere è l’atto principale che ritengo di dover compiere”. Una decisione il cui prezzo si misura in termini d’incompletezza esistenziale, quale condizione  inevitabile.  Così come Piera, per passione, a questo atto subordino tutto il resto, accettando o perseguendo un destino di non felicità. In me il tempo fece maturare la ricerca per una comunicazione dei significati contenuti nelle opere d’arte attraverso il valore assoluto della scrittura che sia in grado di raccontare la storia e descriva le vite depositate nella materia colore, nei materiali, nelle carte. Concetti che diano valore all’Opera non tanto per il senso del tempo,  per ciò che vi scorre, per lo spessore della realtà rappresentata, ma per l’assoluta capacità di segnare la vita di un uomo. Le opere d’Arte sono emozionali, magicamente visionarie  nei colori, nelle materie, nel saper cogliere l’istante migliore della luce in atmosfere sature di odori e profumi.  Raccontano vite segrete, simboliche, testimoni silenziose che si muovono e propongono una fatale ma serena perdizione. Mistero, dolore, sentimenti celati e quotidiani si rivelano come specchi nei quali siamo in grado di riconoscere ciò che più ci appartiene. 

Si ritorna sempre volentieri in luoghi capaci di lanciarti una spina nel cuore.

In questi giorni di mezza Estate, l’occasione al Cimitero di Pietole è perfetta per sostare in uno spazio misurato lontano dal tumulto, dal frastuono inutile, passando in rassegna volti che si manifestano timidamente. Esattamente come accade in un Museo, attratti in rapinosa sosta di fronte alle opere d’Arte per la capacità suprema di essere emozionati spessori di realtà, stratificazioni simboliche degli oggetti che le abitano, delle sue costruzioni. Un passaggio dall’esterno all’interno per cercare di scrivere con le parole più giuste e appropriate ciò che i sentimenti suscitati dallo sguardo suggerivano. E penso a Van Gogh, l’artista più sconcertante, indimenticabile, straziante, commovente, geniale esempio della storia dell’arte di ogni tempo, che dipinse  paesaggi, alberi, campi, giardini per opere crude, inquietanti, sconvolte da un’oscura forza spirituale che vede quel che è dietro la pittura, la sua vera essenza, l’indescrivibile  presenza del destino. 
In quel giorno, l’Azzurro incredibile del cielo era in grado di investire l’anima per farla rinascere contro lo spaventoso caos della vita, dal baratro del dubbio del mondo, dall’orrendo vuoto, dal nulla spalancato intorno a noi. Le opere d’Arte possiedono una potenza misteriosa con un cuore, che alla stretta mortale dei più terribili dubbi risponde a se stessa e all’umanità con percorsi che forse avvengono del tutto oscuramente e che condensano la forza del segno, del colore, della forma per raccontare le insidie dell’amore. Arte, Letteratura, Poesia, per coloro che le considerano sono in grado di incantare, di creare bellezza di sostanza diversa, amore che si può “piangere di possedere per temere di perdere”. Osservare il lavoro di un artista ha il valore di una terapia spirituale di libertà, dove in un luogo di proiezione e raccolta dei sentimenti, delle passioni e delle profondità che abitano il cuore degli uomini vi è la “congiunzione di scienza ed estasi” che uscendo dalla prigione degli stili ha permesso di raggiungere una maggiore verità espressiva. E il mondo descritto si rivela con un’inevitabile precisione che coglie le cose come sono ed esistono oppure con rapporti e relazioni di materia cospargendole di una splendida qualità misteriosa, segreta. Si pensa a un’opera come al più segreto amore, perdutamente, senza limiti, sino alla fine.
Quella sera richiusi la porta osservando il cielo, pensando alla bellissima espressione di “storia naturale dei cieli” scritta da John Constable nel 1833, alla forza del cosmo, a quanto accaduto, a un verbo che ritrovavo muoversi nella mente: SIA. Di nuovo il silenzio e nel sapore di casa rinchiusa, mentre avanzava la notte, guardavo in me stessa per osservare il mondo in uno spazio terrestre insieme domestico e misterioso. Nella notte stellata del 14 Agosto del 1922 il Teologo Scienziato Pavel Florenskij scrisse ai suoi figli “Quando avete un peso nell’anima, guardate le stelle o l’azzurro del cielo. Quando vi sentite tristi, quando vi offendono, quando qualcosa non vi riesce, quando la tempesta si scatena nel vostro animo, uscite all’aria aperta e intrattenetevi da soli con il cielo. Allora la vostra anima troverà la quiete”. Nella Bibbia scopriamo che nel cielo c’è una scrittura divina, decifrabile soltanto a chi ha occhi puri, capace non solo di guardare, ma anche di vedere. 
Divenne necessario ripercorrere le emozioni di quel 15 Luglio. Ho legato i gesti alle forti esigenze di avversione e di amore per raccontare una traccia di vita di un giorno assecondato per tendenza naturale al suo passo, con un costante spirito di adattamento. Al pari di un obiettivo fotografico, che bussa d’improvviso, ho voluto riportare una frattura di rapporto con il nostro tempo, definitiva poco dopo l’inizio della sua storia. Da qui, con disciplina necessaria, il racconto si è spostato alla trascinante avventura di un viaggio nella densità parlante di tutte le immagini che possiedono il privilegio di andare al fondo delle cose per rapire di vero amore. 

Un testo che consegnerò a un nuovo giorno e chiamerò “domani”.

E.A.

 

Carissimi Amici di Alla fine dei conti

Una Domenica di Luglio ad Andes è ispirato a un fatto realmente accaduto.

Il testo rende possibile un riferimento al primo dipinto su tavola attribuito con certezza a Michelangelo Buonarroti (Chiusi della Verna, Arezzo, 1475 – Roma 156 4), intitolato Sacra Famiglia o Tondo Doni, databile probabilmente tra il 1505-1506. Opera che misura 120 cm. di diametro, realizzata a tempera grassa su tavola, conservata a Le Gallerie degli Uffizi a Firenze. L’intensa e tormentata vita religiosa di Michelangelo, la cultura come sorgente d’ispirazione, come storia della spiritualità umana e della lotta per la sua salvezza, mi permette di instaurare una relazione con il racconto e il fresco straordinario contributo all’interpretazione dell’opera della Professoressa Chiara Franceschini, diffuso nella pubblicazione intitolata Storia del Limbo, edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, 2017. 

Il “limbo dei bambini” “limbus puerorum”, fu il luogo in cui per secoli furono destinati gli innocenti morti senza battesimo, i più a causa di morte perinatale. Purtroppo, non si giunse mai a soluzione nell’individuare quale potesse essere la loro definitiva dimora, e la questione andò via via a infittire il groviglio di informazioni e il mistero mai svelato dalla Chiesa, poiché teologi e pensatori occidentali si dimostrarono incapaci di fare chiarezza in un sistema ideologico e dottrinale che non fu in grado di attribuire una collocazione certa nella vita ultraterrena per coloro che morivano non battezzati. 

Il 19 Gennaio 2007 Benedetto XVI, nato Joseph Aloisius Ratzinger (Marktl, Germania, 16 Aprile 1927) approvò la pubblicazione di un rapporto dedicato a La speranza della salvezza dei bambini che muoiono senza battesimo, frutto di un lavoro della Commissione Teologica Internazionale che da un lato poneva il superamento definitivo all’inglorioso destino dei piccoli, morti senza aver ricevuto il battesimo, per misericordia divina e sull’immagine della vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, dall’altro affermava l’esistenza dell’inferno. Detto questo, nell’aldilà non avrebbe potuto esservi più posto per “un destino intermedio e naturale guadagnatoci dalla grazia di Cristo”. Il lungo e articolato rapporto invitava i fedeli a “lasciar cadere” “l’ipotesi limbo” che nella concezione teologica del cattolicesimo era il luogo e lo stato privo di pena, ma anche della visione beatifica di Dio, in cui venivano a trovarsi le anime dei defunti non battezzati. Nel testo era altresì precisato: ”Nonostante sia concepibile un ordine puramente naturale, di fatto nessuna esistenza umana viene mai vissuta in un tale ordine. L’ordine attuale è soprannaturale, e dal primissimo momento in cui ha inizio ogni vita umana ci vengono aperti canali di grazia”, per cui, la conclusione della vita di ogni essere umano sarà, nella migliore delle ipotesi la visione di Dio, o in alternativa l’inferno. In verità, l’annuncio della fine del limbo ufficializzato da un documento promulgato dalla Chiesa romana approvato dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede con il parere positivo del Papa, incrementò la curiosità di coloro che si chiesero da quando si credette nella sua esistenza. Il rapporto, formulato come un invito a “dimenticare” ciò che per troppo tempo fu creduto esistente, pur non essendo mai esistito come dogma della Chiesa cattolica, in realtà, anche se molti studiosi si tennero prudentemente a distanza dalla questione, rese evidente il desiderio di chiarezza di un papato che dopo secoli decide di prendere posizione in merito. Indubitabile dimostrazione del fatto che mai si trattò di un tema non determinante sulla questione della vita oltre la morte nella religione cristiana, e che quindi, purtroppo, all’esistenza di questo luogo dell’aldilà a cui erano destinati i non battezzati, che coinvolse turbinosamente alcuni problemi fondamentali del cristianesimo, si credette per circa dieci secoli.
Ma veniamo all’opera di Michelangelo Buonarroti.
La Sacra Famiglia, detta Tondo Doni fu dipinta da Michelangelo su commissione del ricco mercante di lana Agnolo di Francesco Doni nato nel 1474 in una famiglia che risiedeva nel quartiere di San Giovanni a Firenze. Un’opera devozionale che con molta probabilità, data la presenza nell’intaglio della cornice originale di uno stemma araldico con le tre mezze lune Strozzi circondate da quattro teste leonine riconducibili allo stemma Doni, fu appositamente creata per il matrimonio tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi stipulato nel 1504. Sulla tavola è rappresentata la Vergine Maria, il Cristo bambino, San Giuseppe, San Giovannino e una serie di nudi maschili sullo sfondo, caso assolutamente raro trattandosi di una scena sacra. Corpi bellissimi ma di difficile contestualizzazione, che Giorgio Vasari ritenne dipinti in diverse posizioni per adornare, “per mostrar maggiormente l’arte sua essere grandissima fece nel campo di questa opera molti igniudi appoggiati, ritti et a sedere” (G. Vasari, La vita di Michelangelo, cit., vol. I, p. 14, 1550), ma che nessun altro seppe o si azzardò a valutare diversamente. Corpi disposti in perfetta armonia dove concisi scatti di moto non tendono a invadere lo spazio circostante, ma seguono e contengono l’andamento di una sfera in cui sembrano essere inserite immagini solide, forti come fossero della materia viva del marmo. Movimenti delicati compiuti da arti perfetti esaltati o sfiorati dalla luce. Incapacità di approfondimento e perplessità si concatenarono nei secoli di studio di quest’opera che  pur rappresentando una composizione familiare alla storia dell’arte, dimostrò analisi non in grado di prendere in considerazione il contesto generale al fine di risolvere le apparenti incoerenze, insistendo nel volerne decifrare i singoli elementi compositivi. L’ipotesi che il dipinto e la sua cornice contengano allusioni al matrimonio e ai temi legati alla nascita dei figli della coppia Doni-Strozzi è coerente alle caratteristiche dei tondi devozionali a cui la fondamentale opera appartiene. Agnolo e Maddalena sposi nel 1504 rimasero quattro anni senza figli e per quasi cinque senza figli maschi. Una notizia priva di fonte, resa nota da uno storico dell’arte nel 1970, riportò che Maddalena prima della nascita della primogenita partorì quattro figli che non sopravvissero subito dopo la nascita e furono chiamati tutti Giovanni Battista. La notizia, pur non potendo essere provata con certezza, porta a riflettere sul primo battesimo celebrato soltanto dopo quattro anni di matrimonio, che ai tempi, rende plausibile l’ipotesi che la donna possa aver avuto gestazioni difficili o parti con complicazioni che non abbiano permesso ai bambini di sopravvivere al battesimo in San Giovanni. Nei libri fiorentini di ricordanze si trovano testimonianze della pratica di chiamare con il nome di Giovanni o Giovanna i bambini battezzati privatamente in caso di emergenza o quelli che non fu possibile battezzare neanche in casa. Per quelli a cui non si poté organizzare il battesimo pubblico e ufficiale in San Giovanni, si sperava che questo “stratagemma” avrebbe permesso ai piccoli innocenti di essere comunque protetti da San Giovanni. 
A questo punto, l’interpretazione della Prof.ssa Franceschini inonda il Tondo di luce nuova attraverso una lettura strabiliante per il ruolo attribuito ai tanto discussi nudi. 
“Potrebbero rappresentare, allora i corpi delle anime del limbo risorti” “in quella statura perfetta di trentatreenni che avrebbero raggiunto se fossero vissuti”, ritratti all’età di trentatré anni nel rispetto di una diffusa credenza secondo cui alle anime dei bambini “morti nel corpo de la madre si accrescerà la statura tanto quanto fussero morti di 33 anni” (Giovan Andrea Gilio).  “San Giovannino volge loro le spalle” e dalla posizione in cui si trovano, dietro la Sacra Famiglia non possono vedere Dio. “Al limbo potrebbero alludere la fossa alle spalle del San Giovannino, e il semicerchio roccioso che la sovrasta a mo’ di orlo ed evoca così il bordo del limbo come rappresentato nelle illustrazioni coeve del poema dantesco. Usciti da questo oscuro limbo, essi vivono sulla terra alla luce del sole, con corpi che sembrano non poter morire e non poter soffrire (“immortali” e “impassibili”)”. Sguardi e gesti scambievoli dei nudi li determinano separati e autosufficienti, belli come modelli antichi, come corpi risorti. La Prof.ssa Franceschini propone un ribaltamento alla consueta interpretazione dei tre piani progressivamente sovrapposti, identificando lo sfondo del dipinto, illuminato da una luce naturale chiara e più diffusa contrapposta a quella abbagliante del gruppo in primo piano, come una “consolante e salvifica prefigurazione della terra luminosa “ben purgata” e “glorificata” dove i morti senza battesimo, una volta risorti, potranno comunque godere dei beni naturali in eterno” in uno spazio distinto dalla triade sacra. 
Quindi, se si considera l’ipotesi di una rappresentazione del futuro sullo sfondo, “le quattro teste lignee della cornice, in cui sono stati visti due profeti e due angeli o sibille” ”assumono maggior risalto” “ in quanto annunciatrici della salvezza finale”. La testa di Cristo sporge dall’alto della cornice rivolta verso il basso forse per osservare “in quanto giudice che concede il mondo ai risorti”. Tutto ruota attorno a Maria che riceve il Cristo da Giuseppe, fulcro “della triade sacra e di tutta la composizione, ma anche della devozione dei committenti: un’immagine da invocare anche per propiziare la nascita, la salute e la salvezza dei figli”.
Traiettorie incrociate, di sognanti dolcissimi sguardi, si intrecciano chiuse nel controllato moto silente di vivi e rinati oltre morte. Conforta il silenzio del vero avvolto di luce dorata, che sale e si snoda tra il sacro vigore che adombra in carezza velata, i corpi “scolpiti” da mano sapiente. Chiusa la porta del Limbo, oltre il tempo ormai morto e i confini del niente, strade diverse ricompongono felici uno spazio “raggiunta la sponda di Dio”.

Un caro saluto.

Elena Alfonsi