Quadrilegio

Carissimi Amici di Alla fine dei conti
 
Vi segnalo la partecipazione dell’Artista Roberta Busato (per la quale ebbi il piacere di scrivere nel 2017), a QUADRILEGIO – Ottava Edizione.
 
Desidero ringraziare l’Interior Designer Maura Ferrari per l’ospitalità nella serata inaugurale dell’ Evento d’Arte, e complimentarmi per l’ineccepibile allestimento delle opere degli artisti presentati al piano terra dello straordinario Palazzo Pallavicino.
Avremo la possibilità di osservare tutte le opere in esposizione in questi 5 luoghi, che abitualmente non è possibile visitare, fino al 30 GIUGNO 2019.
 
Da “la Gazzetta dell’Emilia”, Venerdì 31 maggio 2019.
 
La rassegna Quadrilegio è inserita nel programma ufficiale del Comune di Parma per le celebrazioni della Capitale Italiana della Cultura 2020 e vincitrice del bando ‘Reti d’arte’ della Fondazione Cariparma.

Quadrilegio NOW.2019, rassegna d’arte cittadina che per l’ottavo anno consecutivo propone al pubblico parmigiano un percorso di opere contemporanee in 4 antichi spazi privati aperti per l’occasione +1, quest’anno inaugura il 31 Maggio 2019 alle 19.30.

Circa 350 artisti in mostra e 10.000 visitatori nel corso delle edizioni precedenti fanno di Quadrilegio un appuntamento ormai consueto e irrinunciabile nel panorama delle proposte artistiche di nuovi linguaggi in città e in particolare in un quartiere del centro storico di Parma dove antichi palazzi nobiliari aprono le porte dei loro spazi privati per dialogare con l’arte contemporanea nel pieno rispetto dei luoghi e dei tempi.

E all’insegna del rispetto delle storie passate e future, l’edizione di quest’anno di Quadrilegio si ispira al tema dei linguaggi di comunicazione dell’ambiente e delle sostenibilità con un focus sul cambiamento del pianeta e sul ruolo dell’uomo che lo abita raccontato dalla sensibilità visionaria di artisti che traducono l’emergenza in un’opportunità di linguaggio globale.

NOW, un flash di idee e di progetti artistici sul contemporaneo per affrontare il tema dello sviluppo urbano e della sua evoluzione nel corso dei secoli che sarà elaborato e raccontato nell’ottava edizione del 2020, anno in cui Parma rappresenterà la Cultura Italiana con una serie di manifestazioni istituzionali programmate e che vedrà la rassegna Quadrilegio 2020 protagonista con un intero anno di proposte risultate vincenti al bando comunale per la selezione del calendario ufficiale Parma2020.

Per questa edizione le 4 sedi storiche si arricchiscono di uno spazio nuovo sede dello studio di un’artista parmigiana, Giovanna Scapinelli.

ROBERTA BUSATO 2017

La condizione espressiva della “cosa formata” (dal greco il “plásma –atos”), del gruppo di opere che andrò a considerare, appartenenti a un tratto del viaggio di quest’artista, è centrata sul corpo, quale spaziale presenza, alla cui unità armonica, sincronica, alla cui eloquenza innegabilmente particolare, è affidato l’unico messaggio possibile. Il sistema linguistico del disegno plasmato, della visione mimetica, ha una propria capacità di significare mai compromessa dalla parola e dalla sua razionalità. Partendo da tali presupposti, l’osservazione di modelli rispondenti o simulacri del vero, nella loro forma apparente, dovrà prevedere un percorso di giudizio che accetterà la sfida rischiosa nella valutazione di un rapporto di analogia tra la realtà e la corrispondente rappresentazione artistica, lontana dalla riproduzione schematica o letteralmente proporzionale di oggetti collocati nello spazio e adattati al punto di vista con modifiche dimensionali e di modellazione chiaroscurale. Ed è questo atteggiamento analitico e costruttivo che consentirà la trattazione delle questioni formali e iconografiche, permettendo una comprensione del luogo occupato in autonomia dal modello, per avvalorare l’imprescindibile dignità del mezzo: la forza della riproduzione.

Il “saper vedere”, alle spalle della descrizione e dell’apprezzamento, deve essere condotto da una capacità di confidenza intima con le opere, quasi una sorta di esigenza di saggiare le realizzazioni oltre l’immediatezza degli schemi e delle proporzioni.  Certa di essere trascinata da ciò che osservo, tanto da divenire incapace di porre “fine” all’analisi dell’opera, solleciterò l’osservazione in direzioni diverse, in profondità tridimensionali che alludono a ciò che non possono mostrare, in combinazioni di considerazioni stilistiche che potrebbero infiammare il clima culturale arricchendo la riflessione critica sull’arte in una logica-sfida che racchiude nella forma messaggi il cui metodo esecutivo riporta sempre all’enigma dell’immagine nella sua doppia veste: forma-significato, allusione-caso. Un buon esempio, per questioni critiche, può essere fornito da problemi di natura raffinata, nel quale si incrociano il mezzo con le sue difficoltà nei confronti dell’espressione intellettuale, e la capacità di dominarlo, per giungere a esiti formali di alto livello.

Inizio da lontano, per riferirmi a un “racconto” nel proprio tempo storico.

Quale autore nel mondo antico divenne inimitabile per i suoi capolavori?

Con Fidia (Atene, 490 a.C. – Atene, 430 a.C. circa), la tecnica conquista la possibilità di significare oltre la fisicità in cui è costretta con la forza dello stile, che attraverso la sua idealità raggiunge un tono di comunicazione universale, fuori da “secchezze” simboliche e minuzie descrittive. E’ Dione Crisostomo di Prusa (I e II sec. D.C), che parla di Fidia come inimitabile, vivo, parlante. La tesi dell’opera di Fidia è la vittoria della forma come realtà ideale sulla forza. Egli lavora sul concetto di massa percossa dalla luce e animata dal vento, che si plasma e configura sviluppando un ritmo dato dall’intreccio e dall’identificazione dei modi del divenire della realtà della natura con quelli dell’uomo. In questa identità,  ritengo possa essere ricavata la prima delle chiavi interpretative del lavoro di Roberta Busato. Nelle sporgenze e nelle cavità della forma che muovono le superfici della materia buia, si configurano con apparente semplicità teste e corpi. E’ l’architettura della massa a determinare il volume di uno spazio corporeo “situazionale”, poiché si misura partendo dalla situazione in cui viene a trovarsi e dalla quale nasce uno spazio esterno dove l’oggetto appare. La geometria dei luoghi in cui vediamo inserite le opere, acquista senso soltanto dall’ingombro del creato: non ci sarebbe coscienza del luogo se non ci fossero questi “punti di rapporto” con l’uomo come essere di uno spettacolo assoluto.

“NOSTALGHIA”, in questo senso, è un punto di vista determinato che rappresenta l’essere nel mondo, la parte di un intero che incarna il “si è”. Essere per Sartre significava, relativamente alla realtà umana, essere in un luogo con quelle dimensioni e quell’orientamento. Terra cruda, paglia e ferro per dar vita a una traccia disseminata di sentimenti personali, di desideri sociali, di elementi emotivi. Da questa armoniosa e silenziosa poesia, si snodano lungo l’itinerario di ricerca la serie di teste che consentiranno a chi osserva di orientarsi nel patto concluso tra il corpo e la terra. Ogni opera si protende sul possibile come somma di sensazioni, frugando nella storia per dar vita a un linguaggio della mano ancorato al gusto di una pasta rugosa che impone le sue leggi, e con la quale ogni volta inizia un percorso nuovo che presuppone pazienza, rifacimenti, riascolti, ritorni senza insistenze. “Restare governati dalla natura come essa ci governa, che senza spasimi arriva il frutto” scrisse da Bologna in una lettera all’amico Giovanni Comisso nell’Aprile del 1917 Arturo Martini, mentre cercava combinazioni per esposizioni di animi rinnovati e opere potenti. Frasi dalle quali appare il desiderio di una continuità contro tutte le piccole e grandi mediocrità, con la volontà di fissare i presupposti per una visione plastica di un gusto del linearismo che codificava l’ideale figurativo in “strutture solide, e come cristallizzate nel vago fluire” (Franz Roh ). Arturo Martini voleva definire il segreto dell’artista che ruba i segreti alla natura, ricercando con rapinosa voracità, da inveterato predatore di soluzioni plastiche quale era, quelle informazioni e documentazioni che la rinnovata archeologia veniva allora offrendo sulle civiltà antiche arcaiche, etrusca in particolare. Roberta Busato crea modellando un impasto dalla formula completamente naturale, lavorato a crudo e seccato a crudo, frutto di una lunga e faticosa ricerca personale.  Una plastica contemporanea che è ferma scansione spaziale, quasi feerica, e che addensa sorprese oltre le limitazioni psicologiche e individualistiche del processo ritrattistico. Teste in cui è trascritta una femminilità condensata: nel gusto del particolare, nel piacere tattile di una materia che possiede colori diversi in base alla morfologia del luogo di provenienza, alla composizione organolettica della terra, per dar vita a fanciulle misteriose strappate alle tenebre di sotterranei antichi: “TERRA” e “HEAD”. Dalla dolcezza di questa femminilità d’altri tempi, l’empito della narrativa germinerà forme di ben altre dimensioni, che pur nel loro impianto “in grande” sviluppano impostazioni spaziali sensibili al raggiungimento di una sintesi astrattiva ottenuta “piegando” la terra in un’espressività esasperata. “ZOLLA” è una riflessione di spietata durezza. La configurazione rettangolare del volume presenta la semplificazione di una perfetta sintesi nella potenza spaziale. Un volto accenna a emergere dalla fenditura di un oscuro grembo: è la nascita dalle proprie radici, il nascere inevitabile di una illuminata da Dio, che comunque è principio di ostacoli continui nella fatale obbedienza allo sviluppo naturale, che nella sua natura monocroma inesauribile di atteggiamenti, soltanto mutando il proprio fuoco in una disposizione alla moderazione chiamata pazienza, potrà trovare la strada verso l’universale. L’oggetto architettonico si dirama a una estensione che sia non solo aumento di superficie o di lunghezza, ma anche espansione di un’immagine fisica, un ritmo imposto dal soggetto e preesistente alla creazione. Ora, se il senso plastico crea un volume, il volume esprimendosi diventa forma: la forma potrà prendere forma da un’altra forma.

Ed è questo l’approdo all’ultimo lavoro denominato“ CAVALLO”: una testa, frutto di una svolta dell’operare artistico, un cambiamento nella ricerca. Eseguito su un calco in gesso esistente, è un negativo ottenuto direttamente sulla testa di un cavallo senza vita. La presenza di questa “parte” intitolata “il tutto” ricompone nella mente l’immagine del corpo animale. Una sineddoche dove l’occhio di chi guarda, scivolando sopra le palpebre pesantemente abbassate sul buio, ricostruisce immediatamente il corpo integro accasciato dalla morte in una struttura che è essenza relazionale alla completezza plastica di una forma che si confronta con proporzioni stabilite. Un aspetto infiltrato dalle passioni che tende ad annullare ogni personalità, poiché l’opera ha un solo traguardo. Dietro una realtà apparente la natura si occulta e il volume della materia tramuta di volta in volta in valori essenziali di quantità ignota: terra cruda, paglia, ferro, tradotti in una consistenza di vuoti e pieni, concavi e convessi, per desideri nati dalle sole radici e dal loro abbandono.

Elena Alfonsi

Un caro saluto.
Elena Alfonsi